Una società che cambia.

Mai come ora, dopo tanti sofismi, il dibattito politico viene investito da una sana dose di realismo: dopo anni, una vicenda di relazioni industriali riacquista quella centralità e quella priorità alle quali non eravamo più abituati.
Il menù è sicuramente allettante: il presente ed il futuro di due importanti stabilimenti FIAT, Pomigliano e Mirafiori, la spaccatura tra i maggiori sindacati metalmeccanici, il rinvigorirsi di un conflitto sociale sopito ma mai spento.Finora, le analisi politiche non hanno certo brillato per complessità ed esaustività, infatti speculando sul “sano realismo” della materia, con la solita superficialità, hanno inevitabilmente fatto ricadere tutto nell’imbuto della polemica e della faziosità fatta di contrapposizioni nette e con esiti scontati ed inconcludenti. E’ stato come leggere un pessimo romanzo giallo dove, dopo poche pagine, si è già arrivati a smascherare l’assassino.
Da subito l’oggetto del contendere è diventato il SI od il NO alle proposte FIAT su Pomigliano e Mirafiori e, conseguentemente, tutta l’Italia politica (e non) si è schierata per i SI, i NI ed i NO. Prevedere i generali di tali schieramenti è stato un gioco da ragazzi, verificarne l’effettiva appartenenza ha destato qualche piccola (ma non infondata) sorpresa.
Fatto sta che in un contesto dinamico, negli ultimi tempi radicalmente mutato e tuttora mutevole, la politica e la comunicazione di massa hanno posto scarsa attenzione alla logica ed alla pratica delle relazioni industriali, ai loro attori, ed alle loro esigenze.
Prima della “globalizzazione dei mercati” abbiamo avuto quella che da alcuni è stata definita la “globalizzazione dei diritti”: dal Wagner Act del 1935 allo Statuto dei Lavoratori del 1970, i movimenti sindacali, i governi social-democratici ed i governi democratici di gran parte del mondo industrializzato hanno concorso, con i dovuti distinguo, al raggiungimento delle contrattazioni nazionali, alle contrattazioni di settore, alla legislazione sui minimi salariali, alle protezioni per le rappresentanze sindacali. Il motore che alimentava la logica di queste scelte era la consapevolezza (da parte dei sindacati) e la responsabilità (da parte dei governi) di dover porre una progressiva limitazione alla possibilità, da parte delle imprese e delle nascenti multinazionali, di utilizzare lavoro senza alcun limite alla concorrenza, abbassandone il costo tramite l’utilizzo di lavoratori non organizzati, sindacati asserviti o, più in generale, tramite vere e proprie guerre sui livelli salariali. In definitiva la globalizzazione dei diritti mirava ad indebolire quello che in gergo tecnico si definisce “open shop”.
Oggi, in piena globalizzazione dei mercati, per le imprese, soprattutto multinazionali, si apre nuovamente l’opportunità “dell’open shop” e non essendo queste dinamiche sotto la governance delle politiche dei singoli stati, la semplice minaccia di farvi ricorso è capace di scuotere gli scenari delle relazioni industriali.
Il fenomeno, che ha carattere internazionale, assume in Italia contorni e prospettive amplificate principalmente a causa di due specifiche contingenze.
In primo luogo una diffusa incapacità della politica, in tutte le sue articolazioni, di calmierare il fenomeno, sia per la incapacità governativa di proporre una politica di contrasto o di governabilità attraverso politiche economiche ed industriali mirate, sia per la contemporanea presenza di un’opposizione parlamentare smarrita, incapace non solo di interpretare uno degli attori delle relazioni industriali ma anche di saper distinguere la precisa identità degli attori in questione.
In secondo luogo l’assenza di unità sindacale, in particolar modo nella categoria dei metalmeccanici. Una spaccatura profonda di gran lunga più grave di quella del 1988 quando i sindacati si divisero sul premio di risultato. Negli anni seguenti la frattura fu ricomposta, anche se lasciò dietro sé un substrato di diffidenza. Se si crede nei corsi e ricorsi storici si potrebbe anche oggi auspicare che i contrasti con il tempo siano destinati a rientrare e le posizioni ad affievolirsi. La vita dentro le officine, per fortuna, ha una sua densa materialità che finisce con il piegare alla concretezza le controversie ideologiche.
Una concretezza tuttavia ancora assente e dunque incapace di far convergere le strade dei due principali sindacati metalmeccanici, strade che sembrano proiettarsi su binari ben distinti. Da un lato la FIM che apre a tutta pagina il numero di “Conquiste sul lavoro” del 29 Luglio 2010 con un titolo inequivocabile: “Fiat, il sì della CISL senza se e senza ma”. Dall’altro lato la Fiom che esprime sdegno per la violazione dei principi della contrattazione collettiva e per i rischi che corrono i diritti individuali esercitati in forma collettiva dei lavoratori.
In prima analisi dipingere un quadro dove la FIOM rappresenti l’ultima diga rimasta ad arginare il fiume in piena “dell’open shop” pronto ad inondare le nuove realtà industriali, non sarebbe né creativo né nuovo visto che si tratterebbe di uno scenario già visto, ma dopo una analisi più attenta e contestualizzata della realtà italiana si potrebbero prefigurare scenari alquanto atipici.
Partiamo da un presupposto: nelle società democratiche occidentali il conflitto sociale, sia nel rapporto tra capitale e lavoro sia nei movimenti inerenti la collettività e i suoi beni (diritti) comuni, è sempre stato considerato un elemento qualificativo dello stesso carattere democratico.
La domanda è: chi oggi sostiene questo conflitto? Vale a dire chi oggi ripudia con fermezza un’idea di società basata sulla sostituzione del conflitto sociale a vantaggio di un sistema corporativo di bilanciamenti di poteri politici, imprenditoriali e sindacali?
La difesa del conflitto sociale, nell’ambito dei diritti costituzionali e sin dalle prime battute, ha visto la FIOM come principale attore protagonista.
La resistenza ideologica che la FIOM sta opponendo presenta un aspetto di non secondaria importanza: l’indignazione è uscita fuori dalle officine, sempre più organizzazioni, associazioni, movimenti per i diritti civili, studenti, liberi e comuni cittadini danno la sensazione di una generale assunzione di responsabilità verso un coinvolgimento diretto ed attivo per cercare di porre un freno alla deriva culturale, politica e civica della società.
Dall’ambito sindacale la protesta è diventata sociale, l’opposizione ad una logica industriale è diventata opposizione civile ad una logica di società.
Questo finora è stato sottovalutato o screditato sia dalla altre forze sociali scese in campo sia dalla generalità del mondo politico.
E’ utile notare infatti che, insieme ad una crescente incomunicabilità tra chi “produce lavoro” e chi “lavora”, sta fiorendo una sempre maggiore contrapposizione tra chi sostiene le ragioni dell’uno e chi sostiene le ragioni dell’altro. Questa antinomia genera conflitti politico-ideologici che estraggono dalla società interessi, sentimenti ed orientamenti diversi, li radicalizzano in un confronto identitario e li rendono così non più componibili. L’indebolimento dei partiti, che con la loro funzione di filtro avevano rappresentato i tanti interessi particolari riconducendoli ad una visione comune, ha fatto sì che si sperimentassero nuove forme di socializzazione, nuove occasioni, nuove sedi e dunque nuovi interlocutori che consentano ai cittadini di discutere in modo informato e ragionato su temi di stretta attualità.
La partita dunque diventa interessante e non riguarda solo gli assetti e gli equilibri del mondo del lavoro, su questo dovrebbero ragionare quelli che oggi girano la testa e mostrano indifferenza per un “gioco” che non li riguarda.

 

 

Tony Mariotti

San Salvo 31/12/10

 

 

 

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