Riformismi Diversamente Abili

Insulti, grida, sputi. E minacce di morte, apparse stasera sui blog conservatori: «Omicidio, America! Siamo sopravvissuti a quelli di Lincoln e di Kennedy, sopravviveremo anche anche una pallottola nella testa di Barack Obama».

Ecco cos’è il riformismo. Affrontare una guerra, perché una vera riforma va a toccare rendite di posizione, interessi giganteschi, poteri consolidati che non ci stanno a rinunciare a un millimetro del loro feudo. E provare a vincerla con le armi della politica: il consenso, la trattativa, la mediazione, lo scontro.

Per questo la riforma sanitaria voluta da Obama approvata questa notte alla Camera di Washington fa giustizia anche di tanti luoghi comuni del piccolo dibattito italiano. Quello, per esempio, ribadito ancora pochi giorni fa da Giuseppe De Rita per cui le riforme in Italia sarebbero inutili, se non addirittura dannose, meglio l’auto-organizzazione della società, il culto del piccolo è bello che non aggredisce nessuna ingiustizia strutturale. E spazza via le due versioni di riformismo prodotte dalla nostra sinistra nell’ultimo decennio.

Il primo è il riformismo “blairiano”, secondo cui la sinistra ha il compito di fare le stesse cose della destra, solo con più garbo e eleganza, una macelleria sociale light, la sinistra della destra. Il riformismo inteso come gestione dell’esistente, impossibilità del cambiamento, negazione del sogno, cinismo. Tagli alle pensioni, flessibilità sparsa a piene mani, ruolo ancillare della politica all’economia. Trasversalità, culto del dialogo bipartisan, priorità delle soluzioni né di destra né di sinistra. E dato che siamo tutti uguali, vai con la disinvoltura, la spregiudicatezza nei comportamenti individuali, all’insegna del tutto è possibile, basta con i moralismi. Sono finite le ideologie, passami il salatino.

Macché: per portare a casa la riforma sanitaria Obama ha dialogato con i repubblicani, ma una volta che il confronto è fallito è andato avanti da solo e il Bill è passato con i voti dei democratici (neppure tutti). Riforma a colpi di maggioranza, certo: ma facendo giustizia del mito da think tank, buono per le vacanze estive della classe dirigente in montagna, secondo cui non solo sulle regole ma perfino sui contenuti bisogna votare tutti insieme. Tipica convinzione di chi i contenuti li ha smarriti da tempo o non li ha mai avuti.

Il secondo è il riformismo obamiano trasformato in figurina. La riduzione di Obama a maglietta da indossare, santino da venerare, poster da attaccare alla parete. Come se il presidente nero non fosse invece, oltre che un costruttore di consenso, anche un politico scafato, uno che le astuzie del Palazzo le conosce tutte, i trabocchetti, le pressioni, il bastone e la carota, solo che le usa per realizzare il progetto che si è prefissato e su cui ha chiesto il voto degli americani. Mentre i nostri obamiani hanno portato in Parlamento l’operaio, l’imprenditore, la giovane pariolina, e nella loro suggestiva narrazione hanno dimenticato di aggiungere che Obama non è solo “Yes, we can”, ma è un combattente che non si arrende mai, che dichiara guerra alle lobby sanitarie e alle corporation di Wall Street e vuole vincere a tutti i costi.

Un guerriero, altro che certi leader di velluto, ma anche un politico che conosce tutti i compromessi e le mediazioni che servono per arrivare all’obiettivo. Volpe e leone. Con in più, alle spalle, un movimento di partecipazione popolare.
Tutto quello che non sono i nostri pallidi leader, intellettuali, commentatori. Riformisti immaginari.

di Marco Damilano L’Espresso

Published in: Senza categoria on 26 agosto 2011 at 17:55  Lascia un commento  

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