Rykwert: “Città senza cuore, ha vinto l’effetto babele”


Intervista a Joseph Rykwert di Marino Niola, da Repubblica, 27 ottobre 2011

Da qualche tempo le nostre città non hanno più cuore. È questo che le distingue dalle città del passato. A dirlo è Joseph Rykwert, il più importante studioso vivente della città. Professore di storia dell’architettura a Cambridge e attualmente emerito all’università della Pennsylvania. Autore di libri di culto come L’idea di città, La casa di Adamo in paradiso e il recentissimo La colonna danzante. Si dice che non ci sia dipartimento di architettura al mondo dove non lavori almeno uno dei suoi allievi. «La città non è mai solo un luogo fisico. È soprattutto una forma simbolica, che rispecchia la visione del mondo dei suoi abitanti. Era vero per le città antiche, è vero per le metropoli moderne. La differenza è che quelle contemporanee sono ormai l’immagine spaziale della speculazione immobiliare, la finanza tradotta in edilizia».

Se l’abitare materializza la visione del mondo di una società, allora gli edifici sparati verso il cielo dagli archistar traducono in spazio l’ideale economico della crescita infinita.
«È proprio così. Ovviamente questa tendenza è più spiccata dove la speculazione diventa un modo di vivere assoluto. Come in Arabia Saudita, dove si sta per costruire il grattacielo più alto del mondo. Si parla di un chilometro e mezzo. Attualmente l’edificio più alto è il Buri di Dubai, una torre di ottocento metri. Se si pensa che la Tour Eiffel è alta trecento metri si ha un’idea della dismisura del fenomeno».

Un effetto Babele. Un’ipertrofia dello sviluppo, economico e quindi architettonico.
«Questa mania di costruire nel deserto degli edifici altissimi, di vetro che consumano quantità enormi di energia e non rispondono alle esigenze abitative dei cittadini, ha qualcosa di assurdo e irrazionale, però è una realtà. Bisogna chiedersi come mai succedono queste cose, anche da un punto di vista antropologico».

E perché succedono queste cose?
«La ragione? Il petrolio. I produttori dell’oro nero investono i loro profitti colossali nella grande speculazione immobiliare. Così disseminano il pianeta di edifici di cristallo e di acciaio, con lo scheletro all’esterno del corpo, con i giunti a vista e pareti non ortogonali. Rendendo le città tutte uguali. Sempre più noiose. Al massimo si gioca un po’ con le forme, ma per me è un tentativo del tutto inutile. Il risultato non cambia. Questa architettura non solo non è a misura d’uomo, ma nega la misura dell’uomo».

Trent’anni fa usciva in Italia L’idea di città, dove lei parla della polis come forma simbolica. È possibile oggi fondare simbolicamente una città, come si faceva nel mondo antico?
«Insediarsi in un luogo è un processo abbastanza complesso e problematico. Lo provano i numerosi fallimenti. Nell’antichità si ricorreva all’oracolo di Delfi per farsi indicare il sito giusto. Invece per Brasilia, fondata ex novo il 21 aprile del 1960, è stato calcolato il centro geometrico del Brasile».

Dalla profezia alla geometria, dalla mantica all’informatica c’è una bella differenza. Ma la capitale brasiliana è la realizzazione di un sogno o di un incubo?
«Potrei rispondere parafrasando Chou Enlai, uno dei padri della rivoluzione cinese, al quale fu chiesto se la rivoluzione francese fosse stata un successo e lui rispose “è un po’ presto per dirlo”. Forse è un po’ presto per dire se Brasilia è un esperimento urbano davvero riuscito».

Lei ha scritto che nel mondo antico c’è sempre bisogno di un rito per fondare la città, come fa Romolo quando traccia con l’aratro il confine di Roma. Ma anche per cancellarla non basta raderla al suolo. Occorre un vero e proprio rito di distruzione. Che riproduce al contrario il gesto del fondatore. Un po’ come mettere la storia in moviola. La rivolta giovanile che qualche settimana fa ha incendiato il centro di Londra, non assomiglia a un rito di distruzione?
«È una lettura possibile. Di fatto quelle violenze sono il sintomo di un senso crescente di inappartenenza, di spaesamento, di lacerazione del legame sociale. D’altra parte era stato il primo ministro Margaret Thatcher ad affermare che “la società non esiste, esistono solo gli individui”. Un aforisma le cui conseguenze si sono viste in quei giorni».

Un tempo una città combatteva l’altra. Sparta e Atene. Roma e Cartagine. Le città di oggi sono in guerra con se stesse?
«Le antiche città erano fatte di differenze che coabitavano nel medesimo spazio. L’idea della compresenza delle differenze è un fondamento dell’urbanitas. La troviamo già in un mito antichissimo come quello di Ur, la megalopoli del duemila avanti Cristo».

Mentre nelle nostre città la convivenza si polverizza insieme al legame sociale.
«Nelle nostre città purtroppo la convivenza è decisamente in crisi. Al posto dei luoghi comuni ci sono tanti recinti. Quartieri dove si vive blindati. Gli stessi centri commerciali sono delle fortezze circondate da enormi parcheggi che fanno da fossato».

Si può dire che gli outlet e gli ipermercati sono le nuove agorà?
«Direi di sì, anche perché l’agorà stava sempre un po’ fuori dall’abitato. Agorein vuol dire andare in campo. Anche il forum dei romani, come dice la parola, era al margine della città eppure ne faceva parte, sul piano funzionale e simbolico».

Siamo a dieci anni dall’attentato alle Torri Gemelle. Ground Zero ha cambiato il nostro modo di pensare la città?
«La tragica distruzione del World Trade Center ha inflitto un grave colpo all’idea di città che ha dominato il ventesimo secolo. Le due torri non avevano aggiunto molto sul piano urbanistico, ma in compenso erano diventate il simbolo del potere finanziario mondiale».

Se Manhattan è l’acropoli del mercato globale, le Towers erano le colonne d’Ercole del sistema mondo.
«Sì. È per questo che sono state scelte come obiettivo. E il loro crollo in mondovisione ha mostrato la vulnerabilità del nostro modo di abitare. Per un po’ si sono costruiti meno grattacieli ma ben presto è ricominciata questa gara a chi costruisce più in alto. Irragionevole, visto che basta un black out per paralizzare una città fatta di torri di centinaia di piani e una crisi delle forniture alimentari per affamarla».

Non a caso la prima cosa che hanno fatto i newyorchesi alla notizia dell’uragano Irene è stato l’assalto ai supermercati.
«Pensi che l’undici settembre del 2001 ero a New York e dal mio appartamento al trentesimo piano di Bleecker Street, ho visto il primo aereo colpire la torre. Però dovevo scappare a Filadelfia per fare lezione. Ho lasciato mia moglie Anne a fotografare. Ho preso un taxi e l’autista mi ha detto che nel frattempo era stata colpita anche la seconda. Un’ora e mezzo dopo, arrivato a Filadelfia, sono andato a comprare l’acqua minerale, come faccio sempre. Ma il supermercato era stato letteralmente svuotato».

Dov’è allora il futuro della città?
«In quei movimenti che cercano di ristabilire un legame fra gli uomini, l’ambiente e l’agricoltura locale. Bisogna declinare al futuro quella dialettica tra città e natura tipica dell’antichità. Per ridare vita, misura e cuore alle nostre città».

(27 ottobre 2011)

Published in: on 30 ottobre 2011 at 08:33  Lascia un commento  
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