Troppi politici fanno i comodi loro

C’è il ministro inquisito, il presidente della Camera che fa il leader di partito, i figli dei capi eletti grazie al cognome che portano… Domanda: che fine ha fatto l’etica pubblica?

Un ministro (Saverio Romano) resta inchiodato alla poltrona nonostante il rinvio a giudizio per associazione mafiosa. Un altro ministro (Umberto Bossi) spernacchia a giorni alterni l’unità degli italiani. Il presidente della Camera (Gianfranco Fini) recita da attore politico pur indossando la casacca dell’arbitro. Un banchiere centrale (Lorenzo Bini Smaghi) rifiuta di dimettersi innescando un incidente diplomatico con la Francia. Il manager dell’olio Cuore (Giulio Malgara) viene nominato alla presidenza della Biennale di Venezia, la nostra istituzione culturale più importante. Il figlio di Bossi, come quello di Antonio Di Pietro, fa politica nel partito fondato da papà. E nel frattempo sciami di parlamentari volano da uno schieramento all’altro. Il loro eroe è Domenico Scilipoti: eletto per contrastare Berlusconi, ne è diventato la più fedele sentinella.

In tutti questi casi manca una regola giuridica che vieti i comportamenti in voga presso i santuari del potere. O altrimenti, se c’è, suona al contrario, come la regola che protegge la libertà dei parlamentari, l’indipendenza della Bce, l’autonomia di chi presiede un’assemblea legislativa, la discrezionalità nelle nomine di sottogoverno. Eppure l’altra regola, quella non scritta, altrove viene spontaneamente rispettata. L’ultimo episodio reca il nome di Liam Fox, ex ministro della Difesa britannico: accusato d’essersi portato dietro un amico personale nei suoi viaggi di Stato, a ottobre si è dimesso. Una questione di opportunità, di correttezza. O al limite di buona creanza, categoria che un tempo trovava estimatori anche alle nostre latitudini. Come quando in Parlamento fu indetta una votazione sul cappello: succedeva durante la prima seduta della Camera a Roma, in un’aula ancora senza termosifoni, sicché alcuni deputati avevano chiesto di derogare al protocollo per proteggersi dal freddo con un berretto di lana.

Le nazioni muoiono di impercettibili scortesie, diceva Jean Giraudoux. E infatti l’Italia ormai non brontola: rantola. In politica il fair play è diventato un lusso, e d’altronde non puoi indossare i guanti bianchi se l’avversario ti colpisce coi guantoni. La sostituzione dell’obbedienza alla competenza ha santificato la promozione del cretino. Il nepotismo blocca la carriera ai figli di nessuno, aprendola ai tanti nessuno figli di papà. Il trasformismo avvelena i rapporti fra gli italiani e i loro rappresentanti in Parlamento. L’uso distorto delle cariche pubbliche incrudelisce la dialettica politica, come quando succede per esempio che Romano e Fini si rinfaccino a vicenda di non essersi dimessi. E il bello è che hanno torto (e ragione) entrambi: Romano perché non puoi fare il ministro se t’accusano di un sodalizio con Provenzano e vari boss mafiosi; Fini perché altro è conquistare Montecitorio da presidente di partito (accadde già a Casini e Bertinotti), altro è fondare un partito da presidente di Montecitorio. Nel primo caso scali le istituzioni attraverso la politica, nel secondo scali la politica attraverso le istituzioni.

Questa malattia mortale che ci alleviamo in corpo ha un nome e un cognome: etica pubblica. Nessuna norma ne ha stabilito mai il perimetro, dato che l’ethos non è una norma, è piuttosto la benzina che permette al motore normativo di girare. Ma al punto in cui siamo, non resta che armarsi di regole cogenti. Ne propongo quattro, e apro un bando di gara coi lettori per arrivare a dieci, come i comandamenti violati dai nostri comandanti. Primo: chi fa il salto della quaglia da uno schieramento all’altro è ineleggibile per i secoli a venire. Secondo: se ti candidi nella lista del babbo (ma anche del nonno, dello zio, della sorella) i tuoi 100 voti valgono 50. Terzo: nessun partito può indicare per una carica pubblica chi ha in tasca la tessera del medesimo partito. Quarto: ogni politico deve dimettersi almeno una volta nella vita. E adesso continuate voi, a me è venuta l’orticaria.


Published in: on 6 novembre 2011 at 11:01  Lascia un commento  
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