Appunti sul professionismo parlamentare



di Piero Calamandrei

[…] Quando si parla in senso dispregiativo del «parlamentarismo» come degenerazione del sistema parlamentare, non si vuole intendere, è chiaro, che si possano corrompere in sé le leggi che stabiliscono in astratto il modo con cui i congegni parlamentari dovrebbero funzionare; ma si intende dire che gli uomini incaricati di metterle in pratica, gli elettori e gli eletti, i deputati e i governanti, le possono far servire a finalità in contrasto con quelle per le quali queste leggi sono state in astratto dettate: a finalità di gruppo, in contrasto coll’interesse pubblico (per esempio gli interessi di un gruppo finanziario), o addirittura a finalità private: vi mettono dentro i loro propri moventi psicologici di carattere personale, ed è proprio per questo che a poco a poco tutto il sistema si trova a essere deformato e corrotto.

Gli studiosi di problemi giudiziari sanno che per comprendere come funzionano le leggi di procedura bisogna conoscere da vicino la psicologia dei giudici e degli avvocati: solo così ci si accorge che in realtà i pregi o i difetti delle leggi non sono che le virtù o i vizi di coloro che le fanno vivere nella realtà dei processi. Uno studio analogo si potrebbe fare per i congegni parlamentari: la crisi del parlamentarismo, più che materia di costituzionalisti, è materia di psicologi: speranze, ambizioni, simpatie, amicizie, connivenze, invidie, livori, timidezze, insofferenze, cupidigie, tutte le sfumature dei sentimenti umani, buoni e meno buoni, costituiscono il sottofondo della politica, e solo andando a esplorare i moventi individuali nascosti in questo sottofondo, si può avere la spiegazione di certi fenomeni di degenerazione parlamentare che altrimenti, sul piano politico, rimarrebbero inesplicabili. […]

Uno degli aspetti psicologici più inquietanti della crisi del parlamentarismo è costituito, secondo me, da quel fenomeno che si potrebbe chiamare il «professionismo politico». Le cariche parlamentari hanno una diversa dignità e un diverso rendimento pratico, secondoché siano concepite come un ufficio disinteressato, un munus publicum che si assume per dovere civico, ovvero come una professione che dà da vivere a coloro che ne sono investiti. Un tempo, quando le Camere si adunavano di rado e i loro compiti erano relativamente limitati, il mandato parlamentare non aveva carattere professionale: i deputati, quando il Parlamento era convocato, interrompevano per qualche settimana la loro professione; ma appena chiusi i lavori, tornavano a casa loro a vivere di essa (o magari, a casa loro, a vivere di rendita). Le cariche parlamentari erano un sovrappiù marginale aggiunto all’attività professionale; appagavano ambizioni, aumentavano magari il prestigio e talvolta il reddito professionale di chi ne era investito (specialmente degli avvocati), ma non erano esse stesse un impiego e un mestiere: l’indennità parlamentare non era stata ancora inventata. Il politicante professionale era considerato, nella pubblica opinione, come un affarista spregevole.

Ma questo sistema aveva indubbiamente i suoi gravi inconvenienti: veniva a fare del mandato parlamentare un privilegio riservato a chi viveva di rendita o ai professionisti; era un lusso, non consentito ai rappresentanti delle classi operaie e contadine, che non potevano interrompere periodicamente il loro lavoro dei campi e delle fabbriche e mantenersi a Roma, nei periodi di attività legislativa a spese loro o del partito. […]

L’indennità parlamentare fu una grande conquista democratica, resa necessaria dal costante allargarsi della attività legislativa e dall’ascesa politica delle classi lavoratrici. Il Parlamento, invece di stare aperto per brevi periodi di qualche settimana, ha dovuto gradualmente prolungare i periodi del suo lavoro, fin quasi a sedere in permanenza, in modo che l’attività dei deputati ha dovuto, in misura sempre crescente, rimanere assorbita dalle esigenze della carica; e nello stesso tempo restringersi sempre più, fino ad annullarsi, il margine lasciato alla attività professionale privata. In questo modo i deputati che avevano una professione hanno dovuto in maniera sempre più perentoria decidersi a scegliere tra il mandato parlamentare e l’esercizio professionale: chi ha cercato di mantenere il piede su due staffe ha dovuto per qualche anno sottoporsi a logoranti acrobazie, come quel chirurgo senatore di mia conoscenza, direttore di un ospedale di provincia, che per molti anni ha continuato a dividersi tra la sala operatoria e il Senato, facendo il legislatore a Roma dal martedì al venerdì, e tornando al suo ospedale di provincia dal sabato al lunedì, per operare d’urgenza in fine di settimana le ernie e le appendiciti che attendevano disciplinatamente la sua apparizione festiva.

In questo modo deputati e senatori sono diventati a poco a poco, anche senza volerlo, professionisti della politica: la politica, da munus publicum, è diventata una professione privata, un impiego. Non vi è ancora un contratto di lavoro, ma già sono in atto, o in discussione, misure di previdenza contro la vecchiaia e contro la disoccupazione. Ora questo graduale cambiamento di condizione professionale e psicologica dei parlamentari, che pur si deve considerare come non revocabile, ha segnato una svolta di tutto il sistema: lo ha snaturato e rischia di distruggerlo. Se non si troverà il modo (e non mi par prevedibile che si trovi) di riportare il Parlamento alle sue origini, bisognerà con coraggiosa coerenza, stabilire, come per gli impiegati, la incompatibilità tra il mandato parlamentare e l’esercizio di qualsiasi altra professione.

Il deputato e il senatore sta diventando sempre più, in tutti i paesi dov’è in esercizio il sistema parlamentare, un funzionario stipendiato. Bisognerà arrivare a inibirgli il cumulo coll’esercizio di ogni altra attività retribuita, professionale o impiegatizia, come si vieta oggi agli impiegati dello Stato, la cui attività dev’essere interamente dedicata alla loro funzione, dalla quale essi legittimamente ritraggono quanto basta per vivere.
Ma in questo modo è chiaro che la psicologia del parlamentare si «burocratizza»: essere eletti deputati vuol dire trovare un impiego: l’attivismo politico diventa una «carriera». Non esser rieletti vuol dire perdere il pane: le campagne elettorali diventano, per molti candidati, lotte contro la (propria) disoccupazione.

A questo «burocratizzarsi» della politica concorre d’altra parte anche la struttura sempre più stabile dei partiti: i quali non possono più affidarsi come un tempo all’apostolato volontario di pochi entusiasti, disposti a rubare qualche ora al sonno per mandare avanti alla meglio, gratuitamente, la sezione o il settimanale di partito; ma hanno bisogno di crearsi tutto un «apparato» di funzionari retribuiti, i quali diventano una burocrazia che assume a poco a poco tutti i caratteri della burocrazia dello Stato. Oggi i segretari di partito, centrali e locali, hanno uno stipendio e vivono di quello, trascurando ogni altra attività che non sia quella della loro funzione organizzativa: i «sindacalisti», gli «attivisti» sono nient’altro che funzionari di partito; anche i giornalisti di partito diventano, senza volerlo, «funzionari», soggetti alla subordinazione gerarchica, aspiranti, come gli impiegati dello Stato, ai trasferimenti e alle promozioni. Perfino sui deputati e i senatori si va sempre più affermando la subordinazione gerarchica di fronte agli organi dirigenti del partito: chi, per obbedire alla sua coscienza, osa ribellarsi a queste direttive, sa che alle prossime elezioni perderà il posto: diventerà un disoccupato. […]
Chiamare i deputati e i senatori i «rappresentanti del popolo» non vuol più dire oggi quello che con questa frase si voleva dire in altri tempi: si dovrebbero piuttosto chiamare impiegati del loro partito.

I partiti, da libere associazioni di volontari credenti, si sono trasformati in eserciti inquadrati da uno stato maggiore di ufficiali e sottufficiali in servizio attivo permanente: nei quali a poco a poco si intiepidisce lo spirito dell’apostolo e si crea l’animo del subordinato, che aspira a entrare nelle grazie del superiore. La elezione dipende dalla scelta dei candidati: la quale è fatta non dagli elettori, ma dai funzionari di partito. E i candidati, più che per meriti personali di specifica competenza professionale, sono scelti per le loro attitudini a diventare buoni funzionari del loro partito in Parlamento.

Le degenerazioni prodotte dal «culto della personalità», che nei sistemi totalitari possono assumere gli aspetti terrorizzanti di cui oggi abbiamo un esempio nel regime sovietico, si infiltrano in forme attenuate ma forse più diffuse anche nel sistema parlamentare, tradotte dal linguaggio della tragedia in quello della commedia e magari della farsa. Basta pensare, per trovare un campo irresistibilmente farsesco, alle gare alle quali dà luogo in pratica il sistema elettorale delle «preferenze» tra i candidati di una stessa lista. Se ci mettiamo anche noi a fare «l’autocritica», ci si accorge che non c’è rotellina del sistema parlamentare che non sia inceppata dalla ruggine di questa degenerazione burocratica, che porta innocentemente e quasi direi legittimamente i parlamentari a considerare i problemi politici come problemi del loro bilancio domestico. Quando un deputato muore, il primo dei non eletti che attendeva la sua morte per succedergli prova la stessa impressione dell’aspirante a una cattedra finalmente lasciata libera dal vecchio predecessore che si è tolto di mezzo.

Ma questo burocratizzarsi della vita parlamentare può portare a uno scadimento non solo morale, ma tecnico. Un tempo potevano far parte delle assemblee parlamentari anche uomini insigni della loro professione, che, nelle loro brevi comparse in Parlamento, potevano, quando si presentasse un argomento di loro competenza, portare nella discussione il contributo della loro scienza e della loro esperienza. Oggi chi voglia continuare a coltivare gli studi bisogna che rinunci a ogni incarico parlamentare: e chi viceversa vuol dedicarsi alla professione parlamentare, bisogna che si contenti di addestrarsi in una tecnica politica di carattere pratico e superficiale, che forse non si può neanche chiamare cultura, ma soltanto abilità.

Questo spiega perché oggi alla Camera siano sempre più rari (a quanto è stato detto) i deputati capaci di leggere un bilancio, o di apportare nella preparazione delle leggi una sicura conoscenza specifica della materia da regolare: questo spiega perché il maggior zelo di molti di essi sia indirizzato, piuttosto che a seguire le discussioni, ad apporre giornalmente sul registro delle presenze la firma che permetterà, alla fine del mese, di trovare più pingue la busta paga. Ma questo spiega anche il perché di certi inesplicabili atteggiamenti politici, di certi cambiamenti di opinioni dall’oggi al domani, di certe impennature subito smorzate nella più disciplinata sottomissione, che altrimenti apparirebbero effetti di malafede o di follia. No, la ragione è un’altra: è una ragione professionale. L’esercizio di una professione extraparlamentare era un tempo garanzia non solo di competenza, ma altresì di indipendenza: se un deputato onesto assumeva, per seguire la sua coscienza, un atteggiamento politico che rischiava di mettere in pericolo la sua rielezione, poteva guardare al suo avvenire di privato con tranquillità, perché, anche se non rieletto, la sua situazione sociale ed economica era indipendente dalla rielezione. Ma oggi quei parlamentari (che sono ormai la maggioranza) per i quali non esser rieletti vorrebbe dire ricadere nella miseria e nella oscurità devono pensarci due volte prima di assumere atteggiamenti indipendenti che alle prossime elezioni potrebbero significare mettere in giuoco il pane della famiglia.

Ai parlamentari d’oggi, per essere coerenti e indipendenti, occorre una forza di animo molto maggiore (vicina all’eroismo) di quella che bastava cinquant’anni fa: sanno che, se non saranno rieletti, si riaprirà per loro, in età già matura, il problema dell’esistenza: e che sola speranza potrà essere per loro, come avveniva sotto il fascismo a ogni «cambio della guardia», il premio di consolazione di qualche impiego di partito. […]

* Testo originariamente pubblicato in «Critica sociale», XLVIII, 5 ottobre 1956.

Published in: on 7 novembre 2011 at 17:37  Lascia un commento  
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