L’unica cosa da fare

di Emiliano Brancaccio, da emilianobrancaccio.it

Nel giugno del 2010 mi feci carico di scrivere la bozza dellawww.letteradeglieconomisti.it contro le politiche restrittive in Europa. Sottoscritto da oltre 250 esponenti della comunità accademica, il documento si è rivelato drammaticamente profetico. Col senno di poi riscriverei in termini un po’ più articolati la sezione riguardante le cause della crisi. Tuttavia in tanti hanno rilevato che le argomentazioni di fondo e le previsioni contenute in quel testo sono state ogni giorno confermate dagli eventi successivi.

Nei mesi seguenti sono stati pubblicati molti altri “appelli” di economisti competenti e autorevoli. Anche di recente ho saputo di iniziative in tal senso. Per quanto apprezzi l’impegno dei colleghi coinvolti, ritengo che la fase attuale si addica poco a testi in fin dei conti generici e poco incisivi sul piano politico. Bisogna comprendere cioè che la situazione è ormai degenerata, e che occorre assumere posizioni più chiare e più nette sul “che fare”.

La mia tesi si basa su un dato ormai evidente: a questo stadio della crisi, la sopravvivenza o meno della zona euro dipenderà soltanto dai calcoli delle autorità tedesche sui costi e sui benefici di una eventuale deflagrazione della moneta unica, sui quali in Germania si sta ragionando da diversi mesi.

Come ho detto e scritto più volte, la preoccupazione principale dei tedeschi non verte sul mero pericolo di un default e di una svalutazione da parte dei paesi periferici. Simili eventualità ovviamente darebbero svariati problemi alla Germania, poiché ridurrebbero il valore dei crediti posseduti dalle banche tedesche e ridurrebbero la competitività delle imprese tedesche. D’altro canto, però, andrebbe pure ricordato che una eventuale svalutazione ridurrebbe il valore dei capitali situati nei paesi periferici, e quindi darebbe occasione ai capitali tedeschi di effettuare “shopping a buon mercato” nel Sud Europa: dalle isole greche alle banche italiane, le opportunità di acquisizione estera diventerebbero innumerevoli. In altre parole, una eventuale esplosione della zona euro non interromperebbe il processo di centralizzazione dei capitali e la connessa “germanizzazione” europea.

I veri timori, in Germania, vanno dunque ben al di là di una crisi della zona euro. Ciò che i tedeschi davvero temono è che “se salta la moneta unica potrebbe saltare anche il mercato unico europeo”. La loro preoccupazione è che i paesi periferici estromessi dall’euro si vedano a un certo punto costretti anche a introdurre controlli sui movimenti di capitali e al limite di merci. Questo costituirebbe un enorme problema per la Germania, la cui strategia di sviluppo da decenni si basa su esportazioni realizzate in larghissima misura in Europa, guardacaso grazie agli acquisti a debito effettuati dai paesi periferici oggi sotto attacco.

Vorrei ricordare, in proposito, che di fronte alla prospettiva di una opzione di uscita dall’euro dei paesi periferici, il presidente dell’associazione esportatori tedeschi, Anton Boerner, ha lanciato un preciso messaggio politico: “La Germania può senz’altro vivere senza l’euro, a patto che il mercato resti libero”. E la stessa cancelliera Merkel, per raccattare i voti al Bundestag necessari a elargire qualche modesta risorsa al fondo salva-stati, agita lo stesso spauracchio: “se salta la moneta unica, potrebbe saltare l’intera Europa e il mercato unico”.

In effetti è curioso che di questi argomenti si discuta in Germania e non in Italia. Lo trovo indicativo di una immaturità politica profonda, inadeguata ai tempi tremendi che stiamo vivendo. Sarebbe invece ora di dare man forte ai borghesi illuminati che in Germania intendono ancora salvare l’unità europea, e a questo scopo battono sul pericolo di una crisi del mercato unico. Bisogna cioè far capire ai grandi gruppi di interesse tedeschi che, se la crisi va avanti e si inasprisce, il rischio di una limitazione della libera circolazione dei capitali e delle merci in Europa potrebbe rivelarsi concreto.

Naturalmente, nelle attuali condizioni sembra arduo sperare che un tale salto di qualità del dibattito politico possa realmente verificarsi. Con una sinistra ancora dominata da una risibile vulgata “liberoscambista” (1), e un Presidente del Consiglio dei Ministri che per ragioni storiche e di coerenza personale non sarebbe mai in grado di aprire una discussione politica sulle condizioni di sopravvivenza del mercato unico europeo, il pessimismo è d’obbligo.

Tuttavia bisogna esser franchi e netti: se davvero la domanda politica è “che fare”, l’unica risposta razionale è che bisogna riaprire una trattativa in sede europea evocando esplicitamente il rischio di una crisi del mercato unico. Il resto è solo fuffa a danno dei lavoratori e di larga parte degli imprenditori dei paesi periferici.

A chi si illude di poter frettolosamente etichettare questa posizione come “euroscettica”, mi permetto di far notare che da questa stessa posizione ho derivato una proposta di rafforzamento dell’unità e della convergenza dell’Unione, fondata sulla adozione di uno “standard retributivo europeo” (Diritti Lavori Mercati 2/2011). Quel che davvero bisogna comprendere è che la realizzabilità di questa, come di ogni altra proposta di rafforzamento dell’unità europea, richiede che si apra una vera fase di contrattazione con la Germania. L’unico modo affinché ciò avvenga è convincere i tedeschi che anche il mercato unico potrebbe essere a rischio. Qualsiasi altra linea d’azione è mero, inutile, decotto idealismo europeista e ci porterà dritti a una versione amplificata della nefanda triade del 1992: politiche di austerità, quindi svalutazione, e infine privatizzazioni e dismissioni all’estero.

(1) Alcuni sprovveduti, specialmente a sinistra, osano ancora affermare che una adesione acritica e senza condizioni al “libero scambio” è condizione necessaria per evitare le guerre (tra i tanti cito Marco Revelli, degnissima persona e confusissimo intellettuale). A quanto pare non soltanto non hanno letto o non hanno compreso il “discorso sul libero scambio” di Marx, ma sembrano anche ignorare completamente i dati sul grado di “globalizzazione” dei mercati alla vigilia del 1914…

Published in: on 19 novembre 2011 at 15:56  Lascia un commento  
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