Pareyson, l’uomo è una tragedia di libertà

Di Gianni Vattimo,
Il convegno che si tiene in questi giorni a Torino è dedicato, nel ventennale della sua morte (e mentre presso l’editore Mursia si pubblicano le sue opere complete), al pensiero estetico di Luigi Pareyson. La scelta del tema è certamente giustificata, giacché la teoria della formatività (così Pareyson aveva intitolato il suo rivoluzionario libro: Estetica. Teoria della formatività, uscìto nel 1954; oggi in edizione Bompiani, 1988) è stata senz’altro la prima ragione della sua notorietà nella filosofia italiana dell’epoca (anche se Pareyson appena ventenne aveva già prima pubblicato il fondamentale libro su L’esistenzialismo e Karl Jaspers, 1940, riedito da Marietti, 1983), e resta ancora la sua opera più conosciuta in Italia e all’estero.
Ma forse una ragione di opportunità si aggiunge a questa, per giustificare la scelta del tema del convegno: da un lato l’estetica è anche la prima formulazione della sua filosofia, con il centrale concetto di interpretazione che era destinato a divenire un termine essenziale della filosofia continentale europea degli anni seguenti; d’altro lato, è nel nocciolo dell’estetica che i discepoli di Pareyson, che hanno poi preso strade teoriche diverse, si riconoscono come una scuola.
Così, è difficile pensare che il più noto oggi (e anche ormai il più anziano) dei suoi scolari, Umberto Eco, potesse seguire il maestro negli sviluppi essenzialmente ermeneutico-religiosi del suo pensiero successivo. A Eco è affidata la relazione di apertura del convegno, dunque, non solo per una ragione «pubblicitaria», del resto legittima; ma come un modo di riprendere Pareyson, per così dire, dall’origine.
Un’origine che, a prima vista, può sembrare difficile da collegare con gli esiti «tragicisti» e esplicitamente religiosi del suo itinerario filosofico: penso soprattutto agli scritti raccolti in Ontologia della libertà, uscito postumo (Einaudi, 1995) che oggi più ancora dell’estetica, e presso filosofi della generazione più «giovane» (una delle relazioni del convegno sarà tenuta da Massimo Cacciari) mantiene vivo l’interesse intorno al maestro torinese.
La diade Eco-Cacciari segna bene i confini estremi della presenza di Pareyson nella filosofia di oggi. E il convegno torinese, che nasce come iniziativa della cattedra di Estetica oggi tenuta a Torino da Federico Vercellone, anche per i non specialisti e gli studiosi più giovani è una buona occasione per capire come la teoria della formatività possa aver dato luogo agli sviluppi ultimi del pensiero tragico. Il quale, non dimentichiamolo, è concentrato intorno alla problematica, e scandalosa, nozione del «male in Dio», una nozione inseparabile dalla ontologia della libertà.
Detto sommariamente, se al mondo c’è libertà, e cioè se la nostra esperienza di esser liberi ha un senso, anche Dio deve essere pensato come libero; ma dunque come qualcuno che «sceglie» e decide, tra un positivo e un negativo tra bene e male, qualunque cosa essi significhino; e non come l’atto puro della metafisica classica che è già sempre perfetto e compiuto: il problema della predestinazione, e della stessa creazione, su cui si sono spaccate le teste di tanti teologi sarebbe insolubile se Dio fosse caratterizzato da questa perfetta immutabilità.
E l’estetica che c’entra? Pareyson elabora la teoria della formatività analizzando l’esperienza del fare artistico: che sebbene non necessitato da niente, non è arbitrario: l’artista si corregge, rifà, cambia. Guidato da quello che Pareyson chiama «forma formante». Ma proprio perché non è arbitrio, la forma che nasce nella creazione artistica, e in qualunque evento legato all’ iniziativa umana, è manifestazione di una presenza che trascende la pura relazione tra il soggetto e l’opera.
È questa trascendenza, la presenza di una «legalità» non riducibile alla iniziativa cosciente del soggetto, che avvia alla riflessione sull’esperienza religiosa. L’essere che accade così nel fare umano non si lascia spiegare in termini razionali, è affare di libertà: se si vuole, qui c’è una traccia degli studi pareysoniani sul romanticismo e l’estetica kantiana del genio. Ma soprattutto, questo è un modo di render conto della irriducibilità della cultura alla pura funzionalità vitale: come le opere d’arte, anche se in misure e maniere diverse tutte le forme culturali sono creazioni non «richieste» né «spiegate» da ciò che veniva prima, dunque opere della libertà. Ciò che è libero è imprevedibile e non deducibile dal già dato. Per questo l’esperienza religiosa ha senso come esperienza mitica: delle origini può esserci solo racconto (è il senso del termine greco mythos), mai discorso razionale, logico-deduttivo.
I miti non si scelgono, si ereditano: Pareyson è stato un cristiano credente, e tuttavia è molto probabile che anche la sua fede cristiana fosse storico-mitica più che metafisicamente certa. Ma anche nella sua esperienza della religione come mito non c’è arbitrarietà, come già nell’esperienza estetica. La presenza della trascendenza (come in tanti dei suoi autori: Jaspers, Barth, Heidegger, Schelling; fino a Dostoevskij) non si lascia includere nell’orizzonte tranquillizzante della logica; ha piuttosto i tratti aperti e problematici della libertà, o se si vuole della vita.

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