La questione sociale: inedita e spietata



di Emanuele Macaluso

 

A Roma, giorno di Natale, il tempo era bello, il cielo azzurro e il sole invitavano a godersi la città senza il gran traffico. Insomma, c’erano le condizioni per trascorrere una giornata serena con i familiari. Invece, nell’aria e nell’animo mio c’era qualcosa che non si conciliava con la giornata: un malessere accumulato in un anno in cui l’incerto è diventato ancora più incerto e quel che ci circonda ci inquieta e ci rattrista. La questione sociale appare come insolubile. Ho conosciuto momenti più amari e pesanti di questi, ma c’era una speranza, si intravedeva una via di uscita, anche se lontana. Penso agli anni del fascismo, della guerra, della fame: parlo dei primi anni quaranta. C’era, allora, il convincimento che gli Alleati avrebbero vinto la guerra e si intravedeva un mondo nuovo, il tutto ci dava fiducia. Io, e tanti ragazzi, in quegli anni scegliemmo la lotta antifascista con la certezza di essere nel giusto e di contribuire a fare una società migliore.
La speranza: anche gli anni del dopoguerra, tra crisi e sviluppo, in un clima caratterizzato da lotte sociali, politiche e civili, la speranza che il mondo potesse cambiare in meglio era nella mente di tante persone. C’era certezza pure nel nemico da battere: il capitalismo l’imperialismo, da una parte, il comunismo dall’altra. Anche chi perdeva il lavoro, o era costretto ad emigrare dal Sud al Nord, in Germania, in Svizzera in Belgio, affrontava la vita con la speranza di cambiare il peggio in meglio.
Ora non è così. C’è un nemico, invisibile e globalizzato, di cui tutti parlano male: la grande finanza. Ma nessuno sa come individuarlo e combatterlo. E, in ogni caso, nessuno ha le armi e l’organizzazione globale per farlo. Il giorno di Natale, il Tg3 delle 19, lodevolmente ci ha fatto vedere squarci della società del malessere. Operai licenziati con le famiglie su una torre trascorrevano il loro Natale al freddo per dire a tutti: ci siamo anche noi. Ha parlato anche una giovane operaia di Reggio Emilia licenziata, con tutte le sue compagne e compagni, dato che i padroni della fabbrica Omsa ormai produrranno le calze in Serbia dove la mano d’opera costa meno e il fisco è tenero. Una realtà che non è certo figlia del governo Monti, il quale semmai deve fronteggiarla. Ma molti si chiedono: chi è il nemico che cospira contro i lavoratori italiani? E dov’è la forza che possa opporsi all’internazionale del capitale dato che non c’è l’internazionale del lavoro? La lotta di classe, che alcuni sapienti hanno cancellato, si presenta sotto forme inedite e spietate.
Intanto, per molti la cassa integrazione sta finendo e l’operaia reggiana Angela Cavalli, con due figliolette, rimedia piccoli doni per le bambine ma non sa cosa farà e come vivrà domani. «Levandomi il lavoro, mi hanno annullato», ha detto Angela. Quante sono oggi le persone che si sentono “annullate”. È una domanda che inquieta il Natale, anche perché sembra che le proteste, le lotte, l’opposizione a questo stato di cose non hanno sbocco. Eppure non bisogna arrendersi, occorre cercare lo sbocco, riorganizzando le forze degli “annullati” e degli annullabili. I pionieri del socialismo capirono che bisognava organizzarsi non solo nelle “leghe di miglioramento” e nel partito socialista italiano, ma nel mondo. Cose vecchie! Ma la questione sociale di oggi ripropone i temi che furono – in un mondo diverso e con problemi diversi – le ragioni dell’Internazionale socialista. È un’utopia? Ma se non si comincia a parlarne, l’operaia di Reggio Emilia o di Termini Imerese si sentirà sempre più sola e annullata. Che fare? Dovrebbe essere il tema di chi capisce che il nemico “invisibile” e visibilissimo qui, in Europa e nel mondo, ma la sinistra così com’è non riesce a renderlo visibile e a combatterlo qui, in Europa e nel mondo. È questo il tema dell’anno che si va ad aprire.
Published in: on 28 dicembre 2011 at 06:29  Lascia un commento  
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