La sinistra e il trentennio liberista

Nel suo ultimo libro, “Alla mia sinistra” (Mondadori), Federico Rampini si interroga sugli errori e le sconfitte della sinistra nell’ultimo trentennio. Da dove è nata l’illusione di un “liberismo di sinistra” capace di soppiantare i vecchi modelli socialdemocratici? Quale bilancio possiamo formulare di quella stagione? Ha ancora senso la categoria di “sinistra”?

Non potendo individuare segnali di speranza nel cielo dell’economia – dove «nubi nere si addensano, in particolare sull’orizzonte europeo» (parole del direttore generale del Fmi Christine Lagarde) – forse potremmo sforzarci di rintracciare qualche motivo di incoraggiamento nella riflessione teorica e – perché no? – nell’attualità politica.

Su quest’ultimo fronte registriamo che l’uscita di scena di Berlusconi ha contribuito non poco a riportare il dibattito sul merito delle questioni di fondamentale interesse dei cittadini – tasse, disoccupazione, crescita, ecc. – e non più di un solo cittadino. Non a caso anche fra i più severi (e acuti) critici del “nuovo corso tecnocratico”, è stato tributato al professor Monti – «integerrimo e reazionario» – un elogio nient’affatto scolorito dal paradosso: il “rospo” ha «dissipato la confusione tra essere anti-Berlusconi ed essere di sinistra, una differenza abissale che era stata oscurata dallo squallore e dall’impresentabilità del personaggio» (Marco d’Eramo sul manifesto).

Ecco forse perché il dibattito sulla sinistra – sul senso e la residua validità di una categoria che ci portiamo dietro dal lontano 1789 – può essere oggetto nel nostro paese di un rinnovato interesse. Delle “ragioni della sinistra” si occupa l’ultimo numero dell’anno di MicroMega (in edicola da mercoledì 21 dicembre). E Alla mia sinistra(Mondadori, pp. 221, euro 18) è anche dedicato l’ultimo libro di Federico Rampini, corrispondente da New York di Repubblica (dopo esserlo stato dalla Silicon Valley e da Pechino, e dopo aver esordito come giornalista nella stampa del Partito comunista italiano. Tutti particolari biografici rilevanti per la lettura di un autore che raramente separa la riflessione su problemi politici, sociali, economici dal racconto di una “storia”, di una esperienza concreta vissuta direttamente o testimoniata da vicino).

Il libro si apre con un interrogativo secco: «Dove abbiamo sbagliato?». L’obiettivo dichiarato dell’autore è quello di fare i conti «con la storia della mia generazione, con trent’anni di errori e di sconfitte della sinistra di cui sono partecipe, e con la fine di un modello economico e sociale». La devastante crisi economica scoppiata nel 2007/2008 può essere letta, infatti, come l’epifania di fragilità strutturali accumulatesi in un lungo periodo di tempo, in quel “trentennio neoliberista” che ha visto spesso la sinistra europea e americana in una posizione di subalternità ideologica e culturale rispetto alla controrivoluzione conservatrice partita dagli Usa di Reagan e dall’Inghilterra della Thatcher.

Sugli errori e i limiti del “liberismo di sinistra”, che ebbe nel New Labour di Blair e del suo teorico Anthony Giddens il principale modello, è in corso da tempo un utile ripensamento critico all’interno delle socialdemocrazie europee. L’approccio proposto da Rampini contribuisce a indagare le ragioni di quella infatuazione liberista senza indulgere alle categorie del “cedimento” o peggio, del “tradimento”, che troppo spesso sono state utilizzate da analisi superficiali per spiegare l’evoluzione del campo progressista nell’epoca post-Muro di Berlino.

Perché dunque la sinistra è diventata liberista? Rampini, con riferimento in particolare al proprio paese, l’Italia, cita innanzitutto il «problema dello Stato». Non è solo la tradizione marxista – con la celebre bandiera della «nazionalizzazione dei mezzi di produzione» – a vedere nella macchina statale lo strumento principale del proprio progetto di emancipazione. L’istituzione pubblica è al centro di ogni programma socialdemocratico novecentesco non solo come fonte di regolamentazione e controllo, non solo come mezzo di redistribuzione della ricchezza tramite la leva fiscale, ma anche come produttore diretto di beni sociali da garantire universalmente (sicurezza, istruzione, cure sanitarie, ecc.). Nello stesso partito laburista inglese fu solo con l’avvento alla leadership di Blair che fu modificata nel 1995 la famosa clausola 4 dello statuto, la quale impegnava il partito a garantire «la proprietà collettiva dei mezzi di produzione, distribuzione e scambio allo scopo di assicurare ai lavoratori il frutto della loro fatica» e «un sistema di gestione popolare e di controllo sulle industrie e sui servizi».

Purtroppo l’esperienza concreta di funzionamento delle grandi burocrazie – non solo nei paesi del “socialismo reale” – è spesso differente da quella ipotizzata nelle teorie e nei manifesti politici. E così, ricorda Rampini nel suo libro, nell’Italia repubblicana “lo Stato” voleva dire innanzitutto «la Democrazia cristiana più i partiti satelliti che ne condividevano il potere, cioè clientelismo, boiardi nelle aziende pubbliche, lottizzazione degli incarichi, spesa assistenziale, inefficienze e sprechi, corruzione». Ecco perché fu così affascinante la proposta di due giovani e vincenti leader come Tony Blair e Bill Clinton di «‘usare’ il mercato per ‘fare cose di sinistra’», per costruire una società più dinamica, aperta, inclusiva, nemica di privilegi e incrostazioni corporative.

Erano per altro anni di grande crescita economica, una crescita trainata dalle industrie della New Economy che annunciavano l’avvento di un nuovo capitalismo verde e della conoscenza. E questa fu una seconda grande ragione per il cambio di paradigma attuato dalla sinistra, spesso accusata di essere nostalgica di una “centralità della classe operaia” che sembrava in via di estinzione in Occidente: «Che cosa importava se sparivano sotto i colpi delle delocalizzazioni i vecchi mestieri dei colletti blu, mestieri comunque poco nobili, con salari modesti e scarso status sociale. Bastava seguire il modello californiano, e per ogni operaio licenziato nasceva un posto di lavoro ben più interessante nell’informatica, nella ricerca, nelle scienze, nei servizi». «Ci ho creduto anche io», ammette Rampini. «Ho fatto di più: ho contribuito al mito della New Economy con le mie corrispondenze da San Francisco per la Repubblica, con i miei libi scritti negli anni di vita in California».

Del resto proprio la California è un punto di vista privilegiato per osservare il complesso gioco di paradossi e percorsi sotterranei attraverso i quali – dopo una lunga preparazione “gramsciana” – l’ideologia neocon ha imposto la propria “egemonia culturale” in tutto il mondo. La West Coast è stata negli anni ’60 e ’70 «giardino dell’eden di tutte le forze progressiste, anticonformiste e rivoluzionarie», il centro di irradiazione delle controculture libertarie e pacifiste. In quell’humus sono nate alcune delle imprese più innovative e geniali dell’ultimo squarcio di secolo e del nuovo millennio come Microsoft, Apple, Facebook, Google. Un personaggio come Steve Jobs, che abbiamo imparato a conoscere moto bene dopo la celebrazione officiata dai media di tutto il mondo all’indomani della sua morte, ha sempre conservato gelosamente i segni di questo passato da hippie, da “irregolare”, che ha voluto trasmettere anche all’immagine dei suoi prodotti “fuori dagli schemi”.

Eppure nello stesso “brodo di coltura” crescevano tendenze che più tardi si sarebbero declinate decisamente “a destra”: «Mentre in quella California degli anni Settanta ci seduceva la promessa di affrancarci dalle gerarchie, dalle tradizioni, dal peso del passato», scrive Rampini, «non vedevamo avanzare in parallelo l’individualismo egoista, la distruzione di forme di solidarietà, lo spappolamento di un tessuto sociale, l’abbandono dell’idea di movimenti collettivi che non fossero solo mode e trend, ma organizzazione dal basso per controbilanciare il potere del denaro».

E infatti nella ultralibertaria California del 1978 fu approvata la famigerata Proposition 13, il referendum che imponeva un limite stringente alle tasse sui patrimoni immobiliari. Ovvero il padre di tutte quelle battaglie anti-tasse, anti-regolamentazione, e anti-Stato tese ad “affamare la Bestia”, ovvero smontare pezzo a pezzo quel Welfare State ereditato negli Usa dall’epoca roosveltiana e in Europa dal compromesso socialdemocratico dei “trenta gloriosi” anni post-seconda guerra mondiale.

Anche in Italia abbiamo assistito ai paradossi politici innescati dal parziale smottamento della cultura libertaria e antiautoritaria del ’68 nel liberismo rampante degli anni ’80 prima e nel berlusconismo poi. Una traiettoria che qualcuno ha ben sintetizzato, per continuare a muoverci con riferimenti anglosassoni, come un passaggio dagli hippies agli yuppies (da yuppie, forma breve di young urban professional).

È un tema che Rampini non affronta nel suo libro, ma potrebbe certamente fornire un approccio utile alla comprensione del perché, ad esempio, una forza di sinistra come il Partito socialista italiano – capace di assorbire a cavallo fra i Settanta e gli Ottanta molti militanti dell’estrema sinistra insofferenti verso il dogmatismo ideologico del Pci – abbia percorso quella parabola distruttiva che ha portato la gran parte dei suoi dirigenti (ed elettori) a finire sotto l’ombrello berlusconiano.

In fondo Berlusconi fu visto negli anni Ottanta come un protagonista della modernizzazione del paese: imprenditore privato dell’industria dell’intrattenimento, lontano anni luce dallo spirito bigotto e censorio della Tv di Stato di impronta democristiana, Berlusconi è stato anche, non solo, l’emblema di una “laicizzazione consumista” della società sospinta dall’onda lunga libertaria del ’68; il campione dei nuovi ceti emergenti del terziario contrapposti ai declinati ceti dell’industrialismo novecentesco; il parvenu capace di rompere gli assetti consolidati del capitalismo italiano dei “salotti buoni” e dei “parrucconi”.

Non si spiegherebbe senza questi elementi lo straordinario successo politico di un personaggio che pur essendo il più ricco uomo del paese ha costruito la sua efficacissima propaganda sulla polemica contro le élites della sinistra («élites di merda», le chiama l’ex socialista ed ex ministro berlusconiano Renato Brunetta), sul continuo riferimento al “popolo” e alla “libertà” messa in pericolo dall’avvento al potere dei “comunisti”.

Ma tutto ciò, come detto, esula dalla riflessione sviluppata in Alla mia sinistra, che invece si snoda attraverso un appassionate viaggio nei Paesi emergenti (Cina e Brasile) cercando di comprendere cosa può significare il travolgente sviluppo di queste nuove potenze per gli equilibri futuri di un mondo non più unipolare.

La Grande Crisi globale scoppiata nel 2007/2008 è tale infatti sono se ci ostiniamo a identificare il mondo con l’Occidente (Europa e Usa più Giappone). Ma in questo stesso periodo le economie di Cina e India hanno continuato a crescere poderosamente, così come ha fatto quella grande “socialdemocrazia dei mari del Sud” che è il Brasile. Si tratta non a caso di Paesi che hanno optato per una «globalizzazione modello Bretton Woods», secondo la definizione dell’economista americano Deni Rodnik, anziché la versione più recente ed estrema. Hanno cioè resistito alle pressioni occidentali per una deregolamentazione spinta delle proprie economie e del proprio settore finanziario.

La sinistra oggi non può prescindere da una visione capace di misurarsi con uno scenario globale che complica enormemente i problemi ai quali tradizionalmente ha fornito risposte. La crisi del “liberismo di sinistra”, i limiti ormai palesi delle scelte strategiche adottate a cavallo del millennio, impongono un radicale cambio di modello. Diversamente dal 1929, sottolinea Rampini nella parte conclusiva del suo libro, oggi stiamo assistendo al preoccupante spettacolo di oligarchie economiche che puntano ad uscire dalla crisi solo grazie alla globalizzazione e non ad una alleanza riformatrice con le forze del mondo del lavoro: «Non è più così grave se il mercato di consumo nazionale è depresso, e pazienza se le disuguaglianze sociali fanno venire meno il traino della domanda interna», questo è il ragionamento che si tende a fare ai piani alti delle multinazionali occidentali. «Tanto oggi c’è l’immenso mercato cinese, indiano, russo, brasiliano; le nuove middle class dei paesi emergenti, con tanta voglia di benessere, possono compensare la stagnazione del potere di acquisto in Occidente».

Si tratta tuttavia di un ragionamento dal «respiro corto», perché «nel frattempo si rafforzano i ‘campioni’ del capitalismo cinese, indiano, brasiliano, che non lasciano alle multinazionali occidentali un accesso facile alle nuove middle class emergenti. Come nel 1929, se non emerge un nuovo Roosevelt a salvarlo con un’iniezione di socialdemocrazia, il capitalismo è tornato a giocare pericolosamente col fuoco».
Ecco perché è tornato oggi il bisogno di “sinistra”.

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