Nessuno capisce che cos’è il debito

Di Guido Carandini e Paolo Leon,
Il premio Nobel Paul Krugman, ha scritto sul
New York Times un articolo intitolato “Nessuno capisce cos’è il debito”. Intendeva nessun economista della scuola preferita dai conservatori, e il debito cui si riferiva è quello pubblico generato dal disavanzo della spesa statale. Per dimostrarlo ha fatto il seguente esempio. Coloro che aborriscono i disavanzi statali ritengono che possano causare un futuro in cui i cittadini saranno impoveriti dal dover rimborsare il denaro preso a prestito. Quindi paragonano gli Stati Uniti a una famiglia che abbia contratto un mutuo tanto oneroso da condannarla a soffrire gravi difficoltà nel pagamento delle rate mensili. Ma, dice Krugman, si tratta di una analogia falsa per due motivi.
Il primo: le famiglie devono rimborsare il debito contratto ma non i governi, ai quali si impone solo che il debito cresca meno della base fiscale. L’enorme debito contratto durante la seconda guerra mondiale non è mai stato rimborsato ma è diventato progressivamente irrilevante man mano che l’economia Usa cresceva e con essa i redditi soggetti a tassazione.
Il secondo: una famiglia oberata dai debiti deve del denaro a qualcun’altro, mentre il debito degli Usa è in larga parte denaro che è dovuto ai suoi stessi cittadini. È vero che a causa del debito contratto per vincere la seconda guerra mondiale i contribuenti sono stati colpiti da un onere che, in rapporto al reddito nazionale, era assai maggiore di quello attuale. Ma quel debito era anche posseduto dai contribuenti che avevano acquistato i titoli del Tesoro americano e quindi non rese più poveri gli americani del dopoguerra i quali, anzi, godettero del più marcato aumento dei redditi e degli standard di vita mai avvenuto nella storia degli Stati Uniti. Krugman sostiene dunque che, in determinate situazioni, politiche governative dirette a stimolare la crescita e l’occupazione possono rendere sopportabili aumenti del debito assai superiori a quelli che la saggezza convenzionale ritiene accettabili.
Le argomentazioni di Krugman contro la miope visione degli economisti e dei politici che avversano l’indebitamento statale sono convincenti ma non forniscono di quella miopia una ragione logica. Che invece emerge chiaramente da una diversa teoria che sostiene, al contrario di ciò che si pensa comunemente, che il sistema capitalista per sua natura è perpetuamente costituito dalla stretta connessione fra la dimensione privata-individuale e quella pubblica-statale, ma altresì che l’intreccio fra quelle due dimensioni non lo si può cogliere a prima vista. Perché (proprio come nel caso delle due facce di una moneta) la percezione di una nasconde l’altra e perciò la visione individuale nell’economia – cioè il punto di vista della famiglia che si indebita – occulta la visione dell’intervento statale – cioè il punto di vista delle sue conseguenze sull’insieme dei cittadini. Esistono, in altre parole, effetti delle azioni dei singoli individui sul complesso dell’economia di cui essi sono inconsapevoli, come è altrettanto vero che vi sono azioni pubbliche che producono effetti sui singoli di cui lo Stato non è conscio.
Per superare questa oscura dicotomia occorre collocarsi al di fuori di entrambe le dimensioni sia individuale che statale, e situarsi invece in un’altra che si può definire “collettiva”, capace di rivelarle simultaneamente. È difatti la dimensione collettiva che rende evidente la duplice interconnessione pubblico-privato ignorando la quale si incorre in errori gravi nell’analisi teorica ma anche nelle concrete politiche economiche. A cominciare da quelle che invocano ossessivamente le regole dell'”austerità”, magari buone per le famiglie ma non per i governi. Un solo caso può bastare a illustrare questo problematico carattere duale del capitalismo.
È il caso del “reddito nazionale” che, essendo uguale alla somma dei profitti e dei salari, misura l’economia nel suo complesso e nel quale perciò non sono affatto distinguibili gli obiettivi delle famiglie (il salario) da quelli delle imprese (i profitti). E tuttavia è proprio a questo livello complessivo dell’economia che un aumento della quota dei profitti nel reddito nazionale ai danni dei salari (auspicato dalle imprese) produrrà una riduzione della quota dei consumi, e quindi anche una riduzione del prodotto interno lordo (il Pil) mentre, all’opposto, si otterrà un aumento del Pil dall’aumento della quota dei salari a danno dei profitti (deprecato dalle imprese). Se invece da quello complessivo si passa al livello dei singoli agenti sia produttori che consumatori, si scopre che essi, nelle loro rispettive azioni sul mercato tese a incrementare i propri profitti o i propri consumi, sono all’oscuro degli effetti positivi o negativi che quelle azioni produrranno sul Pil e, quindi, al loro livello decisionale non possono esserne direttamente la causa.
Ecco dunque che questo famoso Pil non dipende né dai comportamenti individuali, come sostiene la scienza economica prevalente, né da autonome azioni pubbliche, ma da comportamenti politici, sindacali e/o lobbistici che influiscono in larga misura proprio sulle politiche economiche e di distribuzione dei redditi da parte degli Stati, e quindi sul tipo di spesa pubblica che essi attuano.
Se mettono in atto politiche di austerità quando la crisi è di domanda, seguendo l’istinto individuale che nella crisi spinge per il risparmio, allora la crisi non è battuta. Se invece aumentano la spesa pubblica, che nelle circostanze è causa inevitabilmente di nuovo indebitamento possono, a determinate condizioni, come nel pensiero di Krugman, provocare non un impoverimento ma un arricchimento della collettività, come è avvenuto nell’ultimo dopoguerra. Fra quelle condizioni c’è ovviamente la destinazione del maggiore debito non allo spreco, alla corruzione, o al sollievo diretto dei margini di profitto, ma all’aumento della domanda per le attività produttive e agli incrementi della produttività. E, attraverso ciò, al Pil, ai salari e ai profitti.
Ma è ovviamente necessario un adeguato lasso di tempo perché questi effetti si realizzino. E proprio qui sorge il problema dei mercati finanziari e del loro predominio a livello globale. Perché se anche, al contrario di quanto oggi avviene, invece di ridurre la spesa pubblica la si accrescesse per stimolare la produzione e l’occupazione, potrebbe succedere che il maggiore indebitamento che ne deriverebbe non avrebbe come effetto immediato l’aumento del Pil ma dovrebbe misurarsi con la speculazione finanziaria che, incapace di prevederne gli effetti positivi nel periodo più lungo, ne farebbe salire il costo (lo spread) tanto da vanificarne gli effetti positivi.
Questa è la trappola in cui si trovano oggi tutti i Paesi, compreso il nostro, nei quali la sovranità è stata svuotata da poteri metanazionali e da una cultura economica e politica incapace di sollevare lo sguardo a livello collettivo e di dominare il rischio di una prolungata recessione, assai pericolosa per le nostre democrazie.

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