Chi ha pagato, chi sta pagando e chi pagherà la riforma

Prima di tutto il limbo di oltre 60 mila lavoratori (ma la cifra potrebbe essere molto più alta) che non hanno più un salario o uno stipendio, ma non hanno ancora maturato i requisiti per andare in pensione. Oltre 60 mila persone praticamente senza reddito. Per loro CGIL, CISL e UIL hanno promosso il 9 febbraio il presidio unitario in Piazza del Pantheon a Roma in concomitanza con l’avvio dei lavori del Senato sulle norme del Governo. Per il Segretario Generale della CGIL, Susanna Camusso, ma anche per Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti, la partita pensioni non è chiusa: il decreto Milleproroghe deve essere cambiato.

Ma questo capitolo degli “esodati” e in generale di tutti quei lavoratori che non rientrano nelle norme del ministro Fornero e nei tempi segnati dal decreto (31 dicembre 2011), è solo la punta di un iceberg. L’ultima riforma delle pensioni (l’ennesima della lunga serie che era partita negli anni Novanta) ha infatti costi sociali molto pesanti. Ma chi la paga? E chi la pagherà nei prossimi anni?

Proviamo a stilare un primo elenco (anche se parziale e in progress).

  1. Esodati. Sono appunto oltre 60 mila i lavoratori che sono rimasti o rischiano di rimanere senza stipendio e senza pensione in un limbo che rischia di durare anni se non verranno modificate le norme in discussione in Parlamento
  2. Il problema degli “esodati” potrebbe diventare ancora più grave perché visto che le risorse stanziate sono troppo poche, la platea di quelli che “stanno fuori” potrebbe allargarsi
  3. Pagano tutti i lavoratori che hanno 41 anni di contributi, visto che ora la soglia è stata spostata a 42, ma siccome gli anni di contributi ora si legano anche all’aspettativa di vita, l’applicazione del legame automatico farà crescere anno per anno la soglia. Così nel 2013 si dovranno aggiungere all’anno di aumento altri 3 mesi, nel 2016 diventeranno 4 mesi. In sintesi: dai 41 anni di contributi versati si passerà a 43 anni di contributi.
  4. Pagano in termini di penalizzazione sull’entità della pensione tutti coloro che vorranno andare in pensione prima del tetto fissato. Facendo un calcolo rispetto alle percentuali che si perderebbero andando in pensione a 60 anni, a 59, 58, 57, si ottiene la percentuale dell’8%. Detto in altri termini: se invece di andare in pensione a 62 si sceglie di andare in pensione a 57, la pensione verrà tagliata dell’8%.
  5. Rischiano di pagare un prezzo molto alto tutti quei lavoratori che vengono cacciati dalle aziende a 58 o 59 anni. Visto infatti che il tetto per la pensione è stato spostato molto in alto, ci sono migliaia di persone che, dopo aver vissuto una cassa integrazione di un anno o due, rischiano di stare fuori in attesa di raggiungere gli anni del pensionamento. Siccome questo tetto viene ormai spostato verso i 66-67 anni, se si esce dal mercato del lavoro a 58 anni, e non si ritrova lavoro, si rischia di rimanere senza reddito per sette, otto, nove anni. Una situazione drammatica e un vero e proprio allarme sociale che si lega alla questione della riforma degli ammortizzatori sociali.
  6. Tra quelli che pagano il prezzo più salato ci sono sicuramente le donne. Le lavoratrici subiscono infatti l’aumento dell’età pensionabile che si scarica in forme diverse sulla loro condizione (in proposito vedi il documento che mettiamo in rete qui di seguito)
  7. Pagano tutti i lavoratori dipendenti in termini di aumento generalizzato dell’età pensionabile. Questa continua rincorsa della nuova frontiera dell’uscita dal mondo del lavoro che ormai viaggia verso i 70 anni sarà pagata indirettamente e direttamente dai più giovani che prima dovranno aspettare l’uscita dei più anziani di oggi e poi vedranno spostare il loro tetto.
  8. Pagano ancora tutti i lavoratori dipendenti in termini di modifica dei coefficienti di trasformazione (che sono formule per calcolare e aggiornare l’entità della rendita previdenziale). Prima della riforma i coefficienti si aggiornavano ogni 3 anni. Ora si aggiorneranno (e quindi si abbasseranno) ogni 2 anni. In altre parole le pensioni pubbliche verranno svalorizzate ogni due anni. Questo sistema rende tutto più incerto il sistema e gli stessi lavoratori che non avranno sempre meno informazioni e meno certezze sulla loro uscita dal mondo del lavoro. Il sistema italiano dell’aggiornamento dei coefficienti è molto più confuso e incerto di quello che si applica da anni in altri paesi. In Svezia, per esempio, le istituzioni danno informazioni precise ai lavoratori sui loro coefficienti e le regole non vengono mai cambiate in corso d’opera come succede da noi.
Published in: on 12 febbraio 2012 at 11:13  Comments (1)  
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  1. Noi lavoratori quasi sessantenni con 36/37/38/39 anni di lavoro, che per un pelo non abbiamo raggiunto il pensionamento con il sistema delle quote, dovremmo essere gli unici a pagare con il nostro sangue (cornuti e mazziati alla dipietrese) , la pensione spostata di 5 o 6 anni in avanti (e chi rimane senza lavoro deve arrangiarsi). Quando eravamo giovani ci hanno detto che dovevamo lavorare per pagare la pensione agli anziani, poi qualche anno dopo per pagarla ai babypensionati, adesso la ministra ci ha detto che dobbiamo lavorare per pagare la pensione ai giovani (nostri figli disoccupati che dobbiamo già mantenere), e che dobbiamo lavorare per pagare gli ammortizzatori sociali a chi è in difficoltà. Ma dobbiamo pagare sempre noi??? (e qui ci scapperebbe una bestemmia).40 anni di lavoro sono piu’ che sufficienti per pagare una pensione, bisogna appoggiare la proposta sindacale, 41 anni e un mese per tutti, uomini e donne e senza adeguamenti (almeno per ora) alla speranza di vita.


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