Un piano Marshall intra-europeo

di Barbara Spinelli,  

Sembrano passati cinquant’anni e invece ne sono passati solo cinque, da quando i capi d’Europa, riuniti a Berlino per commemorare i Trattati di Roma, firmarono una dichiarazione in cui è scritto che «noi, cittadini dell’Unione siamo, per la nostra felicità, uniti». E ancora: «L’unificazione europea ci ha permesso di raggiungere pace e benessere… È stata fondamento di condivisione e superamento di contrasti… Aspiriamo al benessere e alla sicurezza, alla tolleranza e alla partecipazione, alla giustizia e alla solidarietà… L’Unione si fonda sulla parità, sull’unione solidale… sul giusto equilibrio di interessi tra Stati membri».

Era bello, pensare positivo e non prevedere nulla. È la stoffa di cui è fatta la crisi odierna. Ben altro campeggia davanti ai nostri occhi, con Atene che s’incendia e precipita nella punizione dell’impoverimento: non la felicità ma il sospetto reciproco, il bruto squilibrio d’interessi, l’intolleranza che dilaga in Italia, Ungheria, Danimarca, Olanda. E in Grecia non la pace ma la guerra civile, che non turba L’Europa ma è pur sempre ritorno della guerra, dei suoi vocabolari minatori. Nel difendere un’ennesima contrazione dei redditi, il premier Papademos ha brandito l’arma della paura, non della speranza: «Una bancarotta disordinata provocherebbe caos e esplosioni sociali. Lo Stato sarebbe incapace di pagare salari, pensioni, ospedali, scuole. L’importazione di beni basilari come medicine, petrolio, macchinari sarebbe problematica». Parafrasando Joyce: ecco Europa, un incubo dal quale non sappiamo svegliarci.

Potrebbero andare in altro modo le cose, se i responsabili europei riconoscessero che il male non è l’inadempienza ellenica. Se capissero, come scrive l’economista greco Yanis Varoufakis, che malata è l’eurozona, con o senza Atene. Certo Atene è stata «un paziente recalcitrante»: ma è stata usata per velare il vizio d’origine, che è il modo in cui l’eurozona «ha aggravato gli squilibri, non ha assorbito il collasso finanziario del 2008».

In Grecia e altrove la Germania è descritta come cerbero, istupidito dai propri trionfi: quasi avesse dimenticato la disastrosa politica di riparazione che le inflissero i vincitori dopo il ’14-18. La sofferenza sociale dei tedeschi fu tale, che s’aggrapparono a Hitler. C’è del vero in quest’analisi – difesa nel ’19 da Keynes – ma le menti tedesche sono più complesse e incorporano anche il ricordo del ’45. Il ’45 seppellì l’era delle punizioni e aprì quella della fiducia, della cooperazione, creando Bretton Woods e l’Europa unita.

Angela Merkel deve essersi accorta che qualcosa sta andando molto storto se il 7 febbraio, in un incontro con gli studenti, ha confessato, in sostanza, che senza rifare l’Europa via d’uscita non c’è e il tesoro di fiducia svanisce. Non ha menzionato gli Stati uniti d’Europa, ma il suo progetto ha gli elementi tutti di una Federazione. L’Unione – ha detto – deve cambiar pelle. Gli Stati per primi dovranno farlo, e decidersi a un abbandono ben più vasto di sovranità: anche se per ciascuno, Berlino compresa, la scelta è «molto difficile». Così come difficili, ma non più rinviabili, sono l’abolizione del diritto di veto e l’estensione del voto a maggioranza. La Commissione di Bruxelles dovrà trasformarsi in autentico governo, con i nuovi poteri delegati, e «rispondere a un forte Parlamento europeo».

Ridimensionato, il Consiglio dei ministri sarebbe «una seconda Camera legislativa» – simile al Senato americano – e massima autorità diverrebbe la Corte di giustizia: «Vivremo meglio insieme se saremo pronti a trasferire le nostre competenze, per gradi, all’Europa». Che altro si prospetta, se non quegli Stati Uniti che Monti aveva escluso, nell’intervista alla Welt dell’11 gennaio? E come parlare di una Germania despota d’Europa, se vuol abbandonare le prevaricazioni del liberum veto?

Non solo. Senza esplicitamente nominarlo, il Cancelliere ha ricordato che Kohl vide subito i pericoli di una moneta senza Stato: «Oggi tocca creare l’unione politica che non fu fatta quando venne introdotto l’euro», senza curarsi delle «molte dispute» che torneranno a galla. Ci sono dispute più istruttive delle favole sulla felicità, perché non menzognere. Kohl, allora, chiese l’unione politica e la difesa comune: Mitterrand rispose no.

Può darsi che la Merkel parli al vento, un po’ per volubilità un po’ perché tutti tacciono. Comunque l’ostacolo oggi non è Berlino. Come ai tempi di Maastricht, chi blocca è la Francia, di destra e sinistra. È accaduto tante volte: nel ’54 per la Comunità di difesa, nel 2005 per la Costituzione Ue. Tanto più essenziale sarà l’appoggio di Monti a questo timido, ma cocciuto ritorno del federalismo tedesco.

Creare un’Europa davvero sovranazionale non è un diversivo istituzionale. Già Monnet diceva che le istituzioni, più durevoli dei governi, sono indispensabili all’azione. Oggi lo sono più che mai, perché solo prevalendo sui veti nazionali l’Europa potrà fare quel che Berlino ancora respinge: affiancare alla cultura della stabilità, che pure è prezioso insegnamento tedesco, una sorta di piano Marshall intra-europeo, incentrato sulla crescita. Il patimento greco lo esige.

Ma lo esige ciascuno di noi, assieme ai greci. La loro sciagura infatti non è solo l’indisciplina: è un accanimento terapeutico che diventa unica strategia europea, indifferente all’ira e alle speranze dei popoli. I dati ellenici, terribili, sono così riassunti da Philomila Tsoukala, di origine greca, professore a Washington: l’aggiustamento fiscale è già avvenuto (6 punti di Pil in meno di un anno, in piena recessione). Salari e pensioni sono già ai minimi, e le entrate aumentano ma colpendo i salariati, non gli evasori. Centinaia di migliaia di piccole imprese sono naufragate, la disoccupazione giovanile è salita al 48%, una persona su tre è a rischio di povertà. I senzatetto sono 20.000 nel centro di Atene. «La pauperizzazione delle classi medie è tale, che aumenta il numero di chi non teme più il default, non avendo nulla da perdere». A ciò si aggiungano losche pressioni esercitate ultimamente su Atene, perché in cambio di aiuto comprasse armi tedesche e francesi. È vero, la sovranità è oggi fittizia. Ma non può risolversi nel ricatto dei forti, e nell’umiliazione dei declassati.

È il motivo per cui l’Europa deve farsi, con istituzioni rinnovate, promotrice di crescita. E ai cittadini va detta la verità: se siamo immersi in una guerra del debito (in Europa, Usa, Giappone) è perché i paesi in ascesa (Asia, America Latina) non sopportano più un Occidente che domina il mondo indebitandosi. Alla loro sfida urge rispondere con conti in ordine, ma anche con uno sviluppo diverso, senza il quale la concorrenza asiatica ci schiaccerà. È lo sviluppo cui pensava Jacques Delors, con il suo Piano del ’93. Napolitano l’ha riproposto, venerdì a Helsinki: «Abbiamo bisogno di decisioni e iniziative comuni per la produttività e la competitività».

L’Europa può farlo, se oltre agli eurobond introdurrà una tassa sull’energia che emette biossido di carbonio (carbon tax), una tassa sulle transazioni finanziarie, un’Iva europea: purché i proventi vadano all’Unione, non agli Stati. È stato calcolato che i nuovi investimenti comuni – in energie alternative, ricerca, educazione, trasporti – genererebbero milioni di occupati e risparmi formidabili di spesa.

Divenire Stati Uniti d’Europa significa non copiare l’America, ma imparare da essa. Lo ricorda l’economista Marco Leonardi sul sito La Voce: subito dopo la guerre di indipendenza, e prima di avere una sola Banca centrale e un’unica moneta, il ministro del Tesoro Alexander Hamilton prese la decisione cruciale: l’assunzione dei debiti dei singoli stati da parte del governo nazionale.

Di un Hamilton ha bisogno l’Europa, che sommi più persone spavalde. Il loro contributo può essere grande e l’impresa vale la pena: perché solo nella pena riconosciamo l’inconsistenza, i costi, la catastrofe delle finte sovranità nazionali.

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