Dalla crisi la riscossa degli Stati-nazione

 

di Dani Rodrik,

Uno dei miti fondatori della nostra epoca è che la globalizzazione ha messo in secondo piano lo Stato-nazione. La rivoluzione avvenuta nei trasporti e nelle comunicazioni ha cancellato i confini e reso il mondo più piccolo. Le nuove modalità di governance, che spaziano dalle reti transnazionali degli enti di vigilanza alle organizzazioni internazionali della società civile fino alle istituzioni multilaterali, stanno oltrepassando e soppiantando i legislatori nazionali. I policy maker nazionali sono pressoché impotenti di fronte ai mercati globali.

La crisi finanziaria globale ha mandato in frantumi questo mito. Chi ha salvato le banche, pompato liquidità nel sistema, lanciato stimoli fiscali e fornito sussidi ai disoccupati per sventare una catastrofe? Chi sta riscrivendo le regole sulla supervisione e regolamentazione dei mercati finanziari per prevenire un’altra crisi? Chi si prende la colpa per tutto ciò che non va? La risposta è sempre la stessa: i governi nazionali. Il G-20, il Fondo monetario internazionale e il Comitato di Basilea per la vigilanza bancaria hanno spesso agito in modo marginale.

Anche in Europa, dove le istituzioni regionali mostrano una certa solidità, sono stati gli interessi e i policy maker nazionali, soprattutto nella persona del cancelliere tedesco Angela Merkel, a dominare le scene. Se la Merkel fosse stata meno desiderosa di austerità per i Paesi europei fortemente indebitati e se avesse convinto il proprio elettorato nazionale della necessità di un approccio diverso, la crisi dell’Eurozona si sarebbe svolta in modo del tutto differente.
Anche nell’ipotesi in cui lo Stato nazionale sopravviva, la sua reputazione resta comunque compromessa. Le critiche arrivano da due fronti. In primis, dagli economisti che considerano i governi un ostacolo per una più libera circolazione di beni, capitali e persone in tutto il mondo.

A detta loro, se i policy maker nazionali non intervenissero con regolamentazioni e barriere, i mercati globali riuscirebbero comunque a badare a se stessi e a creare un’economia mondiale più integrata ed efficiente. Ma chi fornirà ai mercati regole e regolamentazioni, se non gli Stati-nazione? Il laissez-faire è una formula adatta a scatenare profonde crisi finanziarie e forti contraccolpi politici. Bisognerebbe altresì affidare la politica economica a tecnocrati internazionali, che solitamente vengono isolati a causa dei tira e molla politici – una posizione che circoscrive gravemente la democrazia e la responsabilità politica.

In sintesi, il laissez-faire e la tecnocrazia internazionale non forniscono una valida alternativa allo Stato-nazione. L’erosione dello Stato-nazione non fa un granché bene ai mercati globali se mancano i reali meccanismi di governance globale. In secondo luogo, si sentono le critiche dei cosmopoliti moralisti che screditano l’artificialità dei confini nazionali. Come sosteneva il filosofo Peter Singer, la rivoluzione delle comunicazioni ha generato un “pubblico globale” che crea la base per un'”etica globale”. Se ci identifichiamo con la nazione, la nostra moralità resta nazionale. Se invece associamo noi stessi al mondo in generale, anche la nostra fedeltà si espanderà. L’economista e premio Nobel Amartya Sen parla infatti di “identità multiple” (etnica, religiosa, nazionale, locale, professionale e politica), molte delle quali oltrepassano i confini nazionali.

Non è chiaro in quale misura si tratti di pia illusione e in quale misura di reali cambi di identità e senso di attaccamento. Le ricerche dimostrano che l’attaccamento allo Stato-nazione rimane piuttosto forte.
Alcuni anni fa il World Values Survey ha condotto un’indagine in diversi Paesi sull’attaccamento alla comunità locale, alla nazione e al mondo in generale. Non sorprende che il numero di chi si considerava cittadino nazionale superava di gran lunga chi si considerava cittadino del mondo. Ma, fatto del tutto eccezionale, l’identità nazionale ha messo in ombra anche l’identità locale negli Stati Uniti, in Europa, India, Cina e in molte altre regioni. Le stesse indagini indicano che i più giovani, i più istruiti e coloro che appartengono all’alta società associano se stessi al mondo. Ciononostante, è difficile identificare qualsiasi segmento demografico in cui l’attaccamento alla comunità globale pesi più dell’attaccamento al proprio Paese.

Per quanto ampio sia stato il calo registrato nei costi di trasporto e delle comunicazioni, questo non ha cancellato la geografia. L’attività economica, sociale e politica resta raggruppata in base alle preferenze, alle esigenze e alle traiettorie storiche che variano intorno al globo.
La distanza geografica rappresenta un forte fattore di scambio economico come mezzo secolo fa. Anche Internet si è rivelato meno sconfinato di quanto sembra: secondo uno studio gli americani sono più propensi a visitare i siti web dei Paesi che sono fisicamente vicini rispetto a quelli lontani, anche dopo aver controllato la lingua, il reddito e altri fattori. Il problema è che siamo ancora in balia del mito calante dello Stato-nazione. I leader politici adducono a pretesto l’impotenza, gli intellettuali sognano schemi di governance globale poco plausibili e i mediocri danno la colpa agli immigrati e alle importazioni.

Non appena si parla di restituire potere allo Stato-nazione le persone rispettabili corrono al riparo come se si trattasse di una piaga.
La geografia relativa al senso di attaccamento e alle identità non è fissa, anzi è variata nel corso della storia. Ciò significa che non dovremmo accantonare completamente l’eventualità che in futuro si sviluppi una vera coscienza globale, insieme alle comunità politiche transnazionali. Ma le sfide odierne non possono essere affrontate da istituzioni che non esistono (ancora). Per il momento, le persone devono optare per soluzioni adatte ai governi nazionali, che rimangono la speranza migliore per l’azione collettiva. Sarà anche un relitto lasciatoci in eredità dalla Rivoluzione francese, ma lo Stato-nazione è tutto ciò che abbiamo.

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