La dura legge dei numeri

di Tony Mariotti

Una vita isolata e lontana da ogni comunità è opportuna e congeniale a chi sceglie di seguire la via dell’eremitaggio.

Il rimanere isolati nel proprio eremo, che sia di pietra o d’avorio, è invece controproducente per chi decide, volente o nolente, di occuparsi della cosa pubblica, dei beni e del bene di una comunità.

Si rischia infatti di essere talmente distanti dalla realtà che, dall’altezza vertiginosa dei loro rifugi, essa appaia sfocata se non addirittura distorta.

L’inconveniente, che può essere causato sia dalle distanze siderali che dal declino fisiologico delle diottrie, può diventare assai imbarazzante quando ad essere stravolti sono i dati empirici per antonomasia, i numeri.

Se la logica umana può essere fallace o interpretativa, la logica dei numeri è testarda, manifesta ed inconfutabile.

Così il “politico”, che sia re o valvassore, dimostra la sua scaltrezza dissertando con eloquio su tutto ciò che sia opinabile ed evita con maestria di impantanarsi su questioni a lui poco avvezze o su questioni talmente evidenti che una loro semplice descrizione apparirebbe superflua figuriamoci una improbabile confutazione.

Contrariamente il politico, che sia pontefice o curato, dimostra la sua mediocrità trattando i numeri come fossero un insieme da plasmare a proprio piacimento, ad uso e consumo delle circostanze e delle contingenze.

Questo approccio neo-cabalistico è solitamente comune a chi aspira alla professione di moderno “aruspice”, risulterebbe infatti assai sconveniente ed imbarazzante se applicato da chi si propone di amministrare una comunità in totale chiarezza e trasparenza.

Quindi è chiaro come sia difficile stravolgere con i sofismi ciò che i numeri incontrovertibilmente ci dicono, sarebbe come cercare di scolpire un masso di granito con una piuma.

Questi improvvisati scalpellini ci appaiono sempre più spesso in tutta la loro penosa drammaticità quando, plagiando le imprese del grande Houdini, cercano di svincolarsi dall’evidenza degli accadimenti che, senza soluzione di continuità, li rincorrono, li circondano e li sovrastano.

Se è vero che a questi Fermat della politica mancano i mezzi per avere contezza di “quanti” rivolgono a loro un messaggio, è altrettanto vero che manca anche la capacità di sentire, di intendere il messaggio stesso.

Se nel primo caso è necessario avere un minimo di conoscenza della logica dei numeri, nel secondo caso basterebbe l’umiltà di tornare ad ascoltare quello che i nostri cittadini hanno da dirci.

In un paese di saccenti proclamati, siano essi professori o scolaretti, constatiamo amaramente che l’umiltà scarseggia e chiederla è, agli occhi di troppi, un irriverente atto di lesa maestà.

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