Come la finanza affama le popolazioni

di Jean Ziegler, da Le Monde Diplomatique, febbraio 2012

Una strada dritta, asfaltata, monotona. I baobab sfilano e la terra è gialla, polverosa, malgrado l’ora mattutina. Nella vecchia Peugeot nera l’aria è soffocante e irrespirabile. In compagnia di Adama Faye – ingegnere agronomo e consigliere per la cooperazione dell’ambasciata svizzera – e del suo autista, Ibrahima Sar, ci dirigiamo al nord, verso i grandi possedimenti del Senegal. Per misurare l’impatto delle speculazioni sui prodotti alimentari disponiamo – stese sulle ginocchia – delle ultime tabelle statistiche della Banca africana di sviluppo. Ma Faye sa che, più avanti, ci aspetta un’altra dimostrazione di tale impatto. La vettura penetra nella città di Louga, a 100 chilometri da Saint-Louis. Poi, all’improvviso, si ferma e Adama dice: «Vieni! Andiamo a vedere la mia sorellina. Lei non ha bisogno delle tue statistiche per spiegare ciò che sta succedendo.» 

Un mercato povero, alcune bancarelle sul bordo della strada. Mucchi di niébè e di manioca, qualche pollo che chioccia dietro le reti. Arachidi, pomodori raggrinziti, patate. Arance e clementine dalla Spagna. Non c’è un mango, frutto tuttavia noto in Senegal. Dietro una bancarella di legno, una giovane donna, vestita con un ampio boubou giallo acceso e con un foulard sul capo, chiacchiera con i suoi vicini, È Aïsha, la sorella di Faye. Risponde vivacemente alle nostre domande, ma, man mano che parla, la sua collera monta. Presto, sul bordo della strada del nord, si forma intorno a noi un chiassoso e gioioso assembramento di bambini di tutte le età, di giovani e di donne anziane. Un sacco di 50 chilogrammi di riso importato costa 14.000 franchi Cfa (1). Di colpo, la zuppa della sera è sempre più liquida. Solo pochi chicchi sono autorizzati a galleggiare nell’acqua della pentola. Presso i mercanti, le donne acquistano ormai riso al bicchiere. Una piccola bombola di gas è passata, nell’arco di pochi anni, da 1 300 a 1.600 Cfa; un chilo di carote da 175 a 245 franchi Cfa; una baguette di pane da 140 a 175 franchi Cfa. Quanto alla vaschetta da trenta uova, il suo prezzo è salito in un anno da 1.600 a 2.500 franchi Cfa. Rispetto al pesce, le cose non sono molto diverse. Aïsha finge ora di litigare con i suoi vicini, a suo parere troppo timidi, nella descrizione che essi fanno della loro condizione: «Dì al Toubab [parola che designa le persone bianche e occidentali] quel che paghi per un chilo di riso! Diteglielo, non abbiate paura! Quasi ogni giorno aumenta tutto.» 

È così che, lentamente, la finanza affama le popolazioni, Senza che queste ultime comprendano sempre i meccanismi su cui si fonda la speculazione. Un dispositivo perverso All’origine di tutto c’è una specificità, perché lo scambio dei prodotti agricoli non funziona affatto come gli altri: su questo mercato, si consuma più di quanto si vende. Così – stima l’economista Olivier Pastré (2) – «il commercio internazionale di cereali rappresenta poco più del 10 % della produzione, comprendendo tutte le colture (7 % per il riso)». L’economista conclude che «uno spostamento minimo della produzione mondiale in un senso o nell’altro potrebbe fare tremare il mercato (3).» Davanti alla crescente domanda, l’offerta (la produzione) si scopre non soltanto frammentata, ma estremamente sensibile alle variazioni climatiche: siccità, grandi incendi, inondazioni, ecc. È per questa ragione che all’inizio del XX secolo, a Chicago, apparvero i prodotti derivati. Questi strumenti finanziari, il cui valore è «derivato» dal prezzo di un altro prodotto, definito «sottostante» – come azioni, obbligazioni, strumenti monetari –, erano inizialmente destinati a permettere agli agricoltori del Middle west di vendere la loro produzione ad un prezzo fissato prima della raccolta – da cui il nome di «contratto a termine». In caso di caduta dei prezzi al momento della mietitura, l’agricoltore era protetto; in caso di impennata, gli investitori registravano un profitto. Ma, all’inizio degli anni ’90, questi prodotti a vocazione prudenziale si sono trasformati in prodotti speculativi. 

Heiner Flassbeck, economista alla guida della Conferenza delle Nazioni unite sul commercio e lo sviluppo (Unctad), ha stabilito che tra il 2003 e il 2008 la speculazione sulle materie prime per mezzo di fondi indicizzati (4) è aumentata del 2.300% (5). Al termine di questo periodo, l’impennata dei prezzi degli alimenti di base ha provocato le famose «rivolte della fame» che hanno scosso trentasette paesi. Le immagini delle donne della bidonville haitiana di Cité Soleil che preparavano gallette di fango per i loro figli sono circolate sugli schermi televisivi. Violenze urbane, saccheggi, manifestazioni che radunavano centinaia di migliaia di persone nelle strade del Cairo, di Dakar, di Bombay, di Port au Prince, di Tunisi, che reclamavano pane per assicurarsi la sopravvivenza, hanno occupato per diverse settimane la prima pagina dei giornali. L’indice 2008 dei prezzi dell’Organizzazione delle Nazioni unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao) si stabiliva in media al di sopra del 24% rispetto a quello del 2007, e del 57% rispetto a quello del 2006. Nel caso del mais, la produzione di bioetanolo americano – dopato da circa 6 miliardi di dollari (4,7 miliardi di euro) di sovvenzioni annuali erogate ai produttori di «oro verde» – ha considerevolmente ridotto l’offerta statunitense sul mercato mondiale del mais. Dal momento che questo serve in parte all’alimentazione animale, la sua scarsità sui mercati, mentre la domanda di carne cresce, ha contribuito ad aumentare i prezzi del 2006. L’economista Philippe Chalmin (6) rivela che «l’altro grande cereale coltivato, il riso, ha conosciuto all’incirca la stessa evoluzione, con prezzi che, a Bangkok, sono passati da 250 a oltre 1.000 dollari per tonnellata (7).» 

Il mondo ha preso bruscamente coscienza del fatto che nel XXI secolo decine di milioni di persone muoiono di fame. Poi il silenzio ha ricoperto nuovamente la tragedia. Ma, dopo lo scoppio della crisi finanziaria, la speculazione sulle materie prime alimentari non ha fatto che accelerare: fuggendo dal disastro che essi stessi avevano provocato, gli speculatori – in particolare i più importanti, gli hedge funds, o fondi speculativi – si sono spostati sui mercati agroalimentari. Per loro, tutti i beni del pianeta possono diventare oggetto di scommesse sul futuro. Allora perché non gli alimenti «di base» – riso, mais e grano – che, insieme, coprono il 75% del consumo mondiale (50% per il riso)? Secondo il rapporto 2011 della Fao, solo il 2% dei contratti a termine sulle materie prime si conclude effettivamente con la consegna di una merce. Il restante 98% è rivenduto dagli speculatori prima della data di espirazione. Questo fenomeno ha preso una tale ampiezza che il Senato americano se ne è preoccupato. Nel luglio 2009 ha denunciato una «speculazione eccessiva» sui mercati del grano, criticando in particolare il fatto che alcuni traders detengono fino a cinquantatremila contratti nello stesso momento! Il Senato ha anche denunciato il fatto che «sei fondi indicizzati sono attualmente autorizzati a tenere centotrentamila contratti sul grano nello stesso momento, per un ammontare superiore al limite autorizzato per gli operatori finanziari standard (8)». 

Il senato statunitense non è l’unico ad allarmarsi. Nel gennaio 2011, un’altra istituzione ha classificato l’impennata dei prezzi delle materie prime, soprattutto alimentari, come una delle cinque maggiori minacce che pesano sul benessere delle nazioni, allo stesso livello della guerra cibernetica e della detenzione di armi di distruzione di massa da parte dei terroristi: il Forum economico mondiale di Davos…. Una condanna che ha del sorprendente, dato il meccanismo di reclutamento di questo cenacolo. Il fondatore del Forum economico mondiale, l’economista svizzero Klaus Schwab, non ha lasciato al caso la domanda di ammissione al suo Club dei 1.000 (nome ufficiale del circolo): sono invitati esclusivamente i dirigenti di società il cui bilancio supera il miliardo di dollari. Ognuno dei membri paga 10.000 dollari per l’entrata nel Forum. Essi solo possono avere accesso a tutte le riunioni. Tra loro, evidentemente, gli speculatori sono numerosi. Per un controllo mondiale dei prezzi I discorsi di apertura tenuti nel 2011 nel bunker del centro congressi hanno tuttavia indicato chiaramente il problema. Essi hanno condannato con tutte le loro forze gli «speculatori irresponsabili» che, per il puro richiamo del profitto, rovinano i mercati alimentari e aggravano la fame nel mondo. Poi, per sei giorni, una sequela di seminari, conferenze. Incontri, riunioni confidenziali nei grandi alberghi della piccola città innevata, hanno discusso la questione… Ma è davvero nelle sale dei ristoranti, nei bar, nei bistrot di Davos specializzati nella vendita di raclette (formaggio fuso, ndt) che il problema della fame nel mondo troverà le orecchie più attente? 

Per vincere una volta per tutte gli speculatori e preservare i mercati delle materie prime agricole dai loro attacchi a ripetizione, Flassbeck propone una soluzione radicale: «togliere agli speculatori le materie prime, in particolare quelle alimentari (9).» E rivendica un mandato specifico dell’Organizzazione delle Nazioni unite. Ciò, spiega, conferirebbe ad Unctad il controllo mondiale sulla formazione dei prezzi di Borsa delle materie prime agricole. A partire da quel momento, solo i produttori, i commercianti e gli utilizzatori di materie prime agricole potranno intervenire sui mercati a termine. Chiunque negozierà un lotto di grano o di riso, degli ettolitri di olio ecc., dovrà essere costretto a consegnare il bene negoziato. Converrà anche instaurare – per gli operatori – un’elevata quota minima di autofinanziamento. Chi non farà uso del bene negoziato verrà escluso dalla Borsa. Il «metodo Flassbeck», se venisse applicato, allontanerebbe gli speculatori dai mezzi di sopravvivenza dei dannati della terra e ostacolerebbe seriamente la finanziarizzazione dei mercati agroalimentari. La proposta di Flassbeck e della Unctad è energicamente sostenuta da una coalizione di organizzazioni non governative (Ong) e di ricerca (10). Ciò che manca, ora, è la volontà degli stati.

Published in: on 5 aprile 2012 at 08:51  Lascia un commento  
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