L’elettore smarrito

incertezza

La politica, sia che la si studi sui libri sia che la si apprenda dalle piazze, è sempre espressione  di progetti volti a migliorare lo status quo. Le proposte politiche che prima cerniamo e poi votiamo sono la sintesi di modelli sociali, a volte simili tra loro a volte profondamente diversi, che ci prospettano un miglioramento, una migliore gestione e fruizione, di quel bene comune che i delegati dal popolo andranno a gestire. Non vi è politico, sia esso professionista, appassionato o tecnico, che non abbia la presunzione, o l’ardire, di denunciare le iniquità del presente e del passato e di proporre la sua salvifica ricetta per il futuro.

Le regole, oramai centenarie, della democrazia (dal greco δῆμος (démos): popolo e κράτος (cràtos): potere) moderna e contemporanea ci permettono di scegliere il nostro delegato, valutare il suo operato ed infine di riconfermare o negare la fiducia accordatagli. Delle tre fasi appena descritte, quella che maggiormente ci riempie dell’illusione di essere un ingranaggio fondamentale del meccanismo democratico, è la scelta dei nostri delegati.

L’elettore infatti, nei periodi attigui ad una qualsiasi forma di elezione, si trasforma radicalmente e da bell’addormentato diventa un Paladino irreprensibile della propria fazione e divide con metodo e perizia scientifica gli amici, i colleghi, i parenti ed il mondo tutto in Guelfi e Ghibellini.

I pescatori di voti cavalcano magistralmente l’onda ed alla bisogna si mostrano intransigenti come Savonarola, candidi illuminati come Voltaire, coraggiosi come Giordano Bruno, rivoluzionari come Copernico e saggi come Salomone. La scelta è varia e non vi è palato che non possa essere appagato.

Come purtroppo accade a chi si accinge a fare una lunga maratona, se si parte sprintando difficilmente si arriva a tagliare il nastro di arrivo. Gli elettori dopo la prima fase risultano probabilmente troppo stanchi e, tirando i remi in barca, lasciano alla corrente delle fatalità le restanti fasi del meccanismo democratico.

Raramente vi è una oggettiva verifica dell’operato dei nostri delegati ed ancor più raramente ad una verifica attenta segue una equa promozione o inderogabile bocciatura, basta l’inerzia della prima fase per determinare l’esito delle successive.

L’elettore è sazio di democrazia se rimane con l’illusione di scegliere chi lo amministrerà, su questo aspetto non transige. Sulla valutazione dell’operato dell’eletto e sulla sua eventuale conferma accetta di buon cuore invece che facciano gli altri. Peccato che questo comporti, di fatto, una sorta di autovalutazione degli eletti stessi e sappiamo bene come l’autocritica non abbondi negli uomini così come nei libri.

L’elettore, stanco, assuefatto dal fatalismo, demoralizzato ed affascinato dal nichilismo appreso dai bignami, si autoesclude dal meccanismo democratico, si astiene e come Pilato mostra fiero le sue belle mani lavate e pulite. Aspetta il messia con tanta fede e poca razionalità.

Gli eletti non cercano di recuperare gli astenuti, gli slogan che fanno supporre il contrario sono obblighi di copione, a loro conviene avere uno zoccolo stabile, affidabile e belante su cui poggiare ed al progressivo diminuire dei votanti aumenta il valore e l’utilità di questo zoccolo.

Scegliere volontariamente di escludersi dal meccanismo democratico diventa di fatto una resa incondizionata priva di strategia e romanticismo.

Il cittadino che ripudia l’eremitaggio civico e che vuole essere elettore deve riprendersi i suoi spazi ed i suoi oneri. Solo una partecipazione vera a  tutte le fasi del meccanismo democratico può contribuire ad una rinascita della Politica  (dal greco πολιτικος, politikós). Verificare e giudicare l’opera di chi agisce per tuo conto è di una banalità disarmante. Non farlo è un rituale sadico di autoflagellazione. Essere consapevoli che il futuro è in un libro che tutti devono scrivere è la scintilla che molti temono. Che l’Autunno di questo medioevo abbia inizio.

Tony Mariotti

Published in: on 2 dicembre 2012 at 04:09  Lascia un commento  
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